Mi dica Dottoressa… Quanta?

27 03 2014

Buongiorno Dottoressa.
Che giornata!
Ieri è stata una giornata stravolgente, complicatamente emotiva.
Mi scrisse un messaggio ieri mattina e mi disse che avrebbe voluto vedermi. D’altronde c’erano in sospeso ancora alcuni feticci. Io avevo già preparato una valigia dei suoi averi, lui probabilmente ancora no, ma ieri mattina credo si decise a farlo.
Un messaggio particolare, come un ritorno ai bei tempi, si ricorda? Quelli in cui le sue braccia erano il mio paradiso e ogni suo sorriso il mio rifugio.
Al lavoro ero completamente distratta, poco concentrata sugli affari e molto di più sul mio cuore. Quel messaggio mi era entrato dentro. Di nuovo. Mi toccò il cuore.
Tutto il giorno pensavo a come sarebbe stato rivederlo, riannusarlo e forse riabbracciarlo.
Beh, con lei posso essere sincera, sa, dottoressa, avevo in me una gran voglia di baciarlo.
Sì lo so, ha ragione. Ma era più forte di me. Ha presente quella sensazione viscerale incontrollabile? Ecco, passò con me tutta la giornata.
Arrivò il pomeriggio e con lui la conferma del nostro incontro.
Le domande mi attanagliavano ancor di più: “Come l’avrei trovato?” “Come avrei dovuto comportarmi?”.
Ero nel più totale tornado logico-emotivo.
Testa o cuore?
Arrivarono le 18.00 e con esse anche il momento del nostro incontro.
Ero imbarazzata. Sì sì, imbarazzata. Le ripeto, non sapevo come comportarmi!
Lui mi si avvicinò, a mani vuoti, sorridente, occhi negli occhi. Mi baciò. No, no, l’intenzione era proprio quella, ma io girai lievemente la testa. Non avrei potuto permettergli il primo bacio dell’addio sulle mie labbra. Così fu un bacio strascicato. Le sue labbra sulla mia guancia, al limite dell’incontro delle mie labbra.
Salimmo in casa, e iniziammo a parlare. Vennero fuori infinite emozioni: rabbia, orgoglio, amore, pietà, affetto, tenerezza…
Non le so dire quale di queste fu la più forte, ma le posso giurare che appena ci sedemmo sul divano, lo guardai in quei suoi occhi profondi, e il primo istinto fu di buttarmi tra le sue braccia e baciarlo.
No, non lo feci.
Rimasi a guardarlo finché non fu lui a cercare rifugio tra le mie di braccia.
Lo accolsi come un bambino che corre dalla mamma in lacrime, dopo essere caduto in bicicletta.
La sua testa sulla mia spalla destra. Girai leggermente il viso e lo baciai sulla fronte. Era caldo mentre io tremavo come una foglia.
Che energia tutt’intorno a noi.
I dialoghi continuavano mentre noi alternavamo respinte innaturali e baci ricercati.
Poi fui io a finire tra le sue braccia, in un tremore fisico che non so ben dire se fosse dettato dalla paura o dall’ambiente fresco.
Cosa provai?
Sollievo.
Ecco cosa provai.
Finalmente era tornato quell’uomo che io ho amato. Sì, quell’uomo che si prendeva cura di me in ogni singolo istante della sua giornata. Quell’uomo ricco di attenzioni. Quell’uomo dalle braccia grandi e rassicuranti.
Lui.
Quello che fu IL MIO UOMO.
Cedetti Dottoressa. Cedetti a tutto quell’amore.
Lei d’altronde mi conosce meglio di chiunque altro. Io sono innamorata dell’amore. Io amo l’amore, io VIVO per AMORE.
Così decisi di lasciare che, ancora una volta, i nostri corpi si avvicinassero nel passionale rituale d’amore.
Non potrei mai descriverle a parole tutto quello che sentii. Lui era caldo, vicino, dentro la mia anima e non solo dentro il mio corpo. Un corpo e un’anima sola. Come nelle favole. Come nelle MIE favole.
Gli diedi tutto il mio amore… TUTTO, Dottoressa, TUTTO.
Credo che anche lui mi diede tutto quello che avrebbe potuto darmi.
Fu semplicemente fantastico, intimo, sereno, passionale, travolgente.
E, alla fine, io scoppiai in un lungo pianto liberatorio.
Ora, le voglio chiedere: “Perché questo mio pianto?”.
Perché dopo aver donato a lui anima e corpo scoppiai in lacrime?
Lei ben sa che non potrei mai odiarlo. Potrei arrabbiarmi con lui con la cattiveria di una tigre che difende i propri cuccioli, ma odiarlo no, non potrei mai.
Adesso tocca a lei Dottoressa, mi analizzi.
Mi dica quanta intimità c’è stata in questo gesto, quanto amore, quanto dolore, quanta paura…
Mi dica Dottoressa… Quanta paura? Quanta?





Eufemismo

11 09 2013

E poi la strinse forte a sé. Al suo petto caldo. Lei era lì, con la guancia sinistra appoggiata a quella pelle morbida e profumata, il mento ricurvo verso il suo stesso collo. Le gambe piegate, incastrate, avvolte, teneramente unite a quelle di lui.
Erano una coppia diversa. Uguale e complementare.

Amavano. Erano innamorati dell’amore, il loro e non solo. Tutto l’amore che li circondava: il viso di un bambino, la carezza di una madre, due innamorati a lato strada abbracciati per darsi l’ultimo bacio, quello della buona notte. L’Amore. Quello con la A maiuscola.
Si completavano. In ogni azione. Dove l’uno era esuberante e impulsivo, l’altro portava riflessione. Dove l’uno soffriva, l’altro portava cerotti per l’anima. Dove l’uno si arrendeva, l’altro spronava.
Era strano come un uomo dalla voce delicata, quasi sussurrata, potesse unirsi a una donna con una voce squillante, quasi urlata, con risate assordanti e smorfie di divertimento.

In quell’abbraccio c’era tutto. L’amore, il rispetto, l’affetto, l’eccitazione. C’era il fisico, il cervello, l’anima.

Fecero l’amore, delicatamente ma con passione travolgente. Una fusione di corpi, odori, sospiri caldi e avvolgenti. Erano più della somma dei loro corpi. Gli ormoni incontrollabili li portavano a emozioni sessuali seconde solo ai loro abbracci strabordanti di Amore. I loro sguardi si incrociavano. Occhi negli occhi. Sorridevano e tremavano: era difficile reggere tutto quell’amore. Tutte quelle farfalle rimesse in libertà. Tutta quella vita URLATA sotto le lenzuola calde e bagnate dal loro sogno. Le candele a bordo letto illuminavano la sinuosità di quei corpi in dolce movimento. Quell’Amore si poteva percepire nell’aria. Era delicato ma travolgente, un uragano di dolcezza e vita. Vita. Una vita che si aspettavano. Una vita che l’uno aveva bisogno dell’altro. Una vita a rincorrere quell’idea di Amore che improvvisamente ora avevano trovato.
Finirono di fare l’amore e ancora sconvolti e affascinati da cotanta passione risero. Urlarono la loro complicità in una risata spassionata e assordante. Di quelle risate che gli addominali si contraggono tanto da far male. Quelle in cui scendono le lacrime e non si riesce a smettere. Quelle risate in cui la risata di lui fa scoppiare quella di lei. Quelle in cui lei ride spassionatamente tanto da far proseguire la risata di lui, in un vortice senza fine di intesa. Intesa di vita. Intensa vita. Per loro, con loro. Con i loro corpi e la loro anima. Soltanto.





Un croupier di nome Bukowski

31 07 2013

Amo le donne. Amavo fare di loro le mie prede.
Provavo una soddisfazione animalesca e tremendamente primordiale nel gustare ogni loro singolo sguardo languido.
Vendevo macchine. Erano ormai 10 anni che dominavo il settore. La mia scalata era stata rapida e deliziosa. Era una continua masturbazione. Ogni contratto firmato mi faceva godere quasi come tutte quelle clienti che, a rotazione, disfavano le mie lenzuola.
Le vedevo entrare nel salone, piccole prede, clienti fresche, truccate ma disorientate come delfini fuori dal branco. Si avvicinavano a me, affascinante e sempre sorridente.
“Buongiorno!”
“Buongiorno!”
“Sta cercando un’auto?” domanda stupida ma mai scontata.
“Sì…”
“Una macchina famigliare?”
“Sì”
“Con ampio bagagliaio?”
“Sì”
“E che costi poco…”
“Esattamente…”
Le avevo già conquistate. I corsi di PNL mi erano tornati utili in tutti gli anni di lavoro presso i vari saloni. Con le donne era generalmente più facile. Piccole creature indifese.
C’era, però, un particolare ‘tipo’ di donna che eccitava ogni mia singola particella: la donna con il tacco a spillo.
Lavorando per BMW ne avrò viste passare a centinaia, la maggior parte delle quali, dopo avermi fatto un succulento pompino, fumavano una sigaretta con me sorseggiando caffè bollente tra le lenzuola.
Le riconoscevi appena le porte scorrevoli del salone si aprivano. Alte, viso truccato ma occhi nascosti dietro Ray Ban scuri; scarpe con tacchi vertiginosi, Chanel n°5, braccialetto di Tiffany e sorriso bianco candido. Immancabili le loro borse, estremamente colorate portate al gomito, e brillante al dito.
Le mie milanesi arricchite, come le amavo. Belle, sensuali, con gambe lunghe e affusolate. Modelle da cartellone. Iniezioni di testosterone direttamente in vena. Erano quasi meglio della miglior cocaina che avevo sniffato in vita mia. Bianca, pura e colombiana.
Amavo quel loro fascino nel tradire i propri mariti, milionari, con estremo gusto ed estrema classe. Le amavo. Sì. E amavo i loro movimenti ondulatori sopra il mio bacino.

A suo tempo però, ero anche stato un peccatore. Mi innamorai. Perdutamente. Avevo sì e no 23 anni, ero giovane, facevo il coglione con una macchina di lusso e una moto da strada. Frequentavo locali quasi ogni sera e tutti i we tornavo a casa sbronzo o strafatto. Amavo il mio lavoro, e grazie a lui la incontrai. Era diversa dalle altre. Era una stronza. E io l’amavo per questo. Ma quando scoprii che quella puttana mi tradiva, la abbandonai come spazzatura in mezzo alla strada. Da quel giorno, fino a ben 10 anni a seguire, vivevo di scopate con le mie clienti. Belle e senza impegno.

Avevo 33 anni, quando la mia vita cambiò. Di nuovo.
Una mattina aprii Facebook, il mio cuore si fermò. Una foto. Una divinità.
– Ma chi diavolo è? – pensai. Mai avuto amiche così fighe su FB.
Aguzzai la vista. Una ragazza mora, pelle di ebano, occhi verde smeraldo con dolci sfumature color miele. Qualche tatuaggio sulla pelle. Un sorriso sincero, verace. Una bellezza mediterranea. Guardai il nome: Jasmine.

Flashback.

“E tu così venderesti auto?”
“Esatto…”
“E cosa ci fai qui? In questa università?”
“Voglio solo prendermi un pezzo di carta. Non si sa mai nella vita. E tu?”
“Sono stata costretta.” Lo disse con un tono di rassegnazione. Di lei ricordavo la saccenza durante le lezioni e il sorriso niveo.
“Comunque sia, te la cavi molto bene…”
“Grazie!” Sorrise. Quanto era bella e innocente.
“A proposito, hai gli appunti della lezione precedente? Sai, lavorando non posso sempre permettermi di essere presente alle lezioni dello stronzo!”
“Ma certo, ci mancherebbe. Scrivo un po’ da schifo, ma c’è tutto quello di cui hai bisogno!” Le avrei voluto dire – Non mi interessa della tua scrittura, vorrei solo vedere il tuo corpo muoversi tra le mie lenzuola – ma mi morsi le labbra e con estrema classe le chiesi il suo numero di telefono.
Sfortunatamente la rividi poche altre volte. Lei superava con disinvoltura tutti i primi appelli. Io, invece, prendevo per sfinimento ogni-singolo-professore.

Tornai alla realtà. Com’era cresciuta, e che bel-paio-di-bocce che le erano venute.
– Le scrivo o non le scrivo? Sarà ancora quella saccente rompicoglioni che era in università? Scusi prof… gne gne gne… – fissavo il monitor quasi incantato. Ero estremamente i-n-d-e-c-i-s-o.
Arrivò un cliente, mi distrasse, ma non durò a lungo. Quella foto era impressa nella mia mente.
Tornai al computer, aprii il suo profilo e guardai ogni-singola-foto.
Dio mio che venere.
– Chissà tra le lenzuola come sarà! Situazione sentimentale? Single? Mmmmmh… –
‘Ciao Jasmine…’
‘Dottor B. come stai? Che piacere sentirti.’ Che appellativo strano. Mi aveva sempre chiamato Dottor B. devo ammettere che amavo quel soprannome.
‘Tutto bene cara, e tu?’
‘Non c’è male… Cosa mi racconti?’
‘Vedo che sei stata dalle mie parti ieri… e non mi hai nemmeno avvisato, sarei sceso a salutarti!’
‘Ahahahahah, sinceramente nemmeno sapevo abitassi lì.’
‘Male male… sono il sindaco di questa zona…’
‘Impossibile, sono io che la frequento assiduamente…’
‘Dovrai pagare le tasse per ogni volta che hai messo piede qui dentro!’
‘Ahahahahah. Scordatelo! =)’
Lasciai in stand-by la conversazione perché un cliente mi interruppe. Quando finii riaprii la chat e lei mi aveva scritto ancora.
‘Anche tu sei stato dalle mie parti senza permesso. E adesso come la mettiamo?’
‘Facciamo che sistemiamo i conti una sera a metà strada?’
‘Mmmmh… tipo? Cosa proponi a metà strada’
‘Un mojito all’Esprit?’
‘Mai scelta migliore mio caro Dottor B.’
‘Perfetto, ti scrivo dopo su whatsapp per il giorno e l’ora’
‘Ok Dottor B. a dopo… :* ‘
Presa, la mia preda stava abboccando.
Le scrissi un messaggio. Martedì alle 21.30

Arrivai leggermente in ritardo, avrei voluto farla aspettare un po’, ma lei era più furba di me.
Intrigante.
L’aspettavo all’entrata del locale quando davanti ai miei occhi apparvero due cosce infinite, racchiuse da una gonna corta e sensuale, un corpo affusolato e grazioso, un seno p-e-r-f-e-t-t-o e quel suo solito sorriso da mozzare il fiato.
“Dottor B. che piacere rivederti.”
Rimasi senza parole mentre le nostre guance si sfiorarono per tre volte. Mamma-mia-che-profumo.
“Il piacere è tutto mio tesoro.”
“Ci sediamo qui fuori?”
“Certamente!”
Ordinammo un mojito a testa, e la serata si prospettò come mai avrei potuto immaginarmi.
Volle pagare lei il conto, non avevo mai permesso nulla del genere, ma me lo chiese con tale garbo e decisione che glielo lasciai fare. Usai quella scusa e le dissi:
“Beh, mi toccherà rivederti un’altra sera e offrire io!”
“Volentieri…” E sorrise. Mi spezzò il cuore.
Cercai di tornare freddo e impassibile, cercai di tornare ad essere lo spacca cuori di sempre.
Rubai una ciliegia dal suo mojito e lei quasi mi guardò in cagnesco, così le dissi:
“Se vuoi te ne dò metà… Vuoi?” mentre tenevo quella ciliegia tra i quattro incisivi.
“No no grazie…” Lo disse sorridendo e scuotendo la testa dall’alto verso il basso. Il suo era un sì inconscio.
“Allora perché con la testa mi dici di sì?”
“Oddio, l’ho fatto veramente?” Si irrigidì chiudendosi nelle spalle.
“Eh sì mia cara…”
“Maledizione! E adesso?” Rise. Poi proseguì… “Vedo però che anche tu hai avuto qualcosa da nascondere…”
“Ovvero?”
“Quando ti ho chiesto che lavoro facevi hai voltato gli occhi in alto a sinistra e ti sei grattato il naso proprio mentre affermavi di essere un croupier al casinò… Dì la verità… vendi ancora macchine vero?”
Le sorrisi. Ma chi diavolo era? Dalla piccola fighettina stronza e saccente che era all’università ora si era magicamente trasformata in una Donna, bella, intelligente e con i miei stessi potenziali? Impossibile.
“Cosa fai, anche tu la venditrice?”
“Non sviare il discorso rispondendo alla mia domanda con un’altra domanda.”
“Touchè. Faccio ancora il venditore, sono il responsabile dei venditori del Nord Italia per VW.”
“Dottor B. ero certa avresti fatto carriera. I miei complimenti!”
Non smise un attimo di stupirmi. Leggeva i miei libri, amava i miei film. Era genuina, era tutto il contrario delle fighe di legno belle ma vuote che entravano nei miei saloni e uscivano dalle mie lenzuola.
Aveva la risposta sempre pronta e buffe espressioni del viso che con il passare del tempo avrei voluto rivedere ancora, ancora, ancora e ancora.
Ma dove si era nascosta per tutto questo periodo?
“Sono sempre stata qui. Forse sei tu che eri troppo impegnato per ricordarti di una tua collega di università!” Mi fece l’occhiolino. Morivo.
“Forse…”
Continuava a sorseggiare il suo mojito, mi parlava della sua vita, delle sue attività da volontaria, impegnata nel sociale, mi parlò della sua vita da venticinquenne single e indipendente. La amai ancora di più. Era il mio ritratto. Mi rivedevo in lei.
Scappati di casa, facendoci il culo da mattina a sera, con la paura di tutto quello che veniva ‘dopo’ la laurea. La paura di essere grandi, la rincorsa ai sogni, i viaggi lontano, le esperienze passate, i partner asfaltati, la clientela viscida, il lavoro pesante e il capo stronzo.
Non poteva finire. Non quella sera.
Era così piena di vita che non riuscivo più a staccarle gli occhi di dosso. Mi guardava. Mi fissava. Parlava con me e mi guardava dritto negli occhi, senza malizia, come se volesse entrare dentro di me, esplorare la mia anima. Avrei voluto farla entrare, ma a volte non reggevo tutta quella profondità.
Chi era? Chi diavolo avevo davanti ai miei occhi?
Era così affascinante che le coprii le spalle con il mio golf quando alle due di notte scese il freddo e il vento muoveva i suoi ricci. Apprezzò quel gesto e mi ringraziò con uno sguardo tenero, dal basso verso l’alto e un delicato sorriso che lasciò trasparire quasi con timidezza.
Chi diavolo era?
L’accompagnai alla macchina. Mi ridiede il golf, sempre con quel sorriso ammaliante. Morivo davanti al suo splendore.
La baciai. Tre volte. Sulle guance.
CHE-DIAVOLO-MI-STAVA-SUCCEDENDO?
Camminai verso la mia Audi. Scalciavo i sassi che mi dividevano da lei. Non feci altro che pensare a lei. Cosa avrei potuto scrivere per augurarle una buona notte senza cadere nel ridicolo? Non mi venne in mente nulla, ma il mio stomaco scalpitava per scriverle.
‘Buona notte Jasmine’ Ci aggiunsi uno smile con un bacio.
‘Buona notte Dottor B. non fare tardi stasera al casinò…’ Aggiunse uno smile. Prima un sorriso e poi un bacio.
L’amai. Mi addormentai.





Saziami

29 05 2013

Reggio Emilia, 26/01/2010

E sono qui, a scrivere. A scrivere di nuovo, e lo faccio per te.
Non lo faccio solo perché tu me l’hai chiesto, lo faccio soprattutto perché sei tu ad ispirare la mia breve e momentanea poesia.
La musicalità di questo tic tac delle mie dita sui tasti ispira maggiormente la mia fragile fantasia.
Colori ed emozioni che tu imprimi vividamente nel mio piccolo muscolo chiamato cuore, durano e perdurano nonostante passino inesorabilmente i giorni che tanto ci uniscono quanto ci separano.
Centoottanta lunghi chilometri mi separano da te.
Il cuore batte spietatamente. Sento il suo bum bum. Sento ogni sistole furiosamente accompagnata dalla sua diastole.
Sento lo scroscio del sangue rosso vivo che lo attraversa.
Sento l’emozione.
Sento la tua voce come una cascata di globuli rossi che timidamente si lasciano trasportare a livello cellulare.
Mi immagino l’emozione come le tue ardenti labbra sul mio corpo.
Partendo innocenti dal mio cuore indaffarato salgono verso il mio tenero viso, attraversano le gote che si arrossano sotto il calore del tuo fiato eccitato.
Il naso addentano e poi sfiorano le intrepide labbra. Vengono morsicate ma non perdono l’entusiasmo, anzi incoraggiate continuano sul loro improvvisato percorso.
Riprendono a scendere con naturalezza verso il mio liscio e ormai rabbrividito pancino.
Il sangue bolle nelle mie vene stimolate e surriscaldate.
Scendono, scendono di nuovo. Le tue carnose labbra corrono ancora.
Il mio fisico si muove, si abbandona e si anima di un’incredibile energia lussuriosa.
L’ambiente intorno ai nostri umidi corpi si infiamma ancor più.
Respiro affannoso.
Pelle sudata.
Labbra avide e ingorde si incontrano, si scontrano, si mordono e sfiorano i rispettivi piaceri.
Il sangue scorre. Avanza rapidamente.
L’amore travolge ogni singola cellula. L’amore sconvolge ogni singolo giudizio.
Il rosso domina ovunque.
Pensieri rossi.
Movenze rosse.
Parole rosse.
Un fuoco che brucia ma non scotta. Pelle a pelle.
Brividi che percorrono la schiena che si inarca sotto i tuoi movimenti sul mio corpo.
Il solo pensiero di queste roventi emozioni ha già suscitato in me un appetito più profondo e cospicuo.
Un appetito che sazia oltre a nutrire.
Un appetito che mi percuote l’anima e mi scuote il cuore.
Un appetito che solo tu puoi saziare.
Saziami.
Sazia il mio bisogno di te.
Sazia il vuoto che qualche volta mi assale.
Abbatti questa soffocante distanza che accresce il mio bisogno di te. Abbatti ostacoli e distanze.
Sdraia il mio corpo su un morbido letto e realizza questa passione che altrimenti dovrei reprimere.
Così vorrei che nascesse nostro figlio!





Festa della mamma

12 05 2013

Odio e amo mia madre.
La odio per tutte quelle volte che invade la mia vita privata, i miei spazi, la mia autonomia.
La odio anche per tutte le volte che non l’ha fatto e io l’avrei voluto.
Odio mia mamma per tutto l’amore che toglie a me per offrirlo a mio fratello.
Odio mia mamma perché per lei tutto ruota intorno ai soldi e non all’amore.
Odio mia mamma perché quando avevo bisogno di lei, lei non c’era, perché non ha mai appoggiato i miei sogni e perché mi ha mentito troppe volte.

Ma…

La amo perché mi ha messo al mondo.
La amo perché… Non posso farne a meno. Perché quando non c’è mi manca, anche se poi quando la vedo non riesco a guardarla negli occhi.
La amo perché fino agli 8 anni mi ha amato anche lei… Poi il lavoro me l’ha rubata senza ridarmela mai più.

Quindi, mamma, voglio dirti che non importa cosa attraversiamo, non importa quanto litighiamo, non importa se non mi parli e non mi saluti per mesi e mesi. Non importa se quando sbagli non sai chiedere scusa, non importa se fingi di conoscermi, se non sai qual è il mio colore preferito, se non conosci i miei sogni. Non importa se non mi hai mai detto “ti voglio bene”.
Non mi importa, perchè lo so, che alla fine, a tuo modo, anche tu… mi ami.





Occhi di tigre

11 05 2013

Vorrei avere degli artigli. Lunghi e graffianti come quelli di un leone.
Vorrei poter distruggere con le mie unghie tutti quei ritagli di giornali che ritraggono il giorno più bruciante della mia vita.
Non ho il coraggio.
Non ho il coraggio di guardarmi allo specchio.
Non ho più un volto, non ho più quegli occhi verdi che fecero innamorare molti uomini di me. Mi sono rimasti solo i miei bellissimi denti bianchi ma non posso più sorridere.
Mi sento come un leone in gabbia.
Vorrei ruggire ma metà del mio volto è inerme, immobile.
La parte più liscia e morbida del mio viso è anche la più dolente. Tutto ciò frena i miei sorrisi perché nessun muscolo si muove più.
Maledetto stronzo.
Pensare che lo amavo.
Quel giorno uscivo da scuola. Era un pomeriggio caldo e ventilato. Le montagne alle mie spalle sembravano più maestose del solito.
I bambini urlavano nel parco. Giocavano, felici. I loro schiamazzi erano interrotti ritmicamente dal cigolio delle altalene.
Il cielo azzurro evidenziatore incorniciava le montagne e il viso degli infanti che correvano ridendo a tutto fiato.
Guardai l’orologio. Le 16.05. Ero in ritardo!
Luca mi stava aspettando a casa con la tata. Un pulcino di quasi un anno. Il mio pulcino. La gioia della mia vita. Frutto di un amore nascosto, desiderato ma impossibile.
Il padre di Luca era un padre di famiglia, tre figli e una moglie bellissima. Lo amavo. Lo amavo nonostante tutto.
Ero stata io ad avvicinarmi a lui. Un ottimo padre. Non era uno dei tanti genitori che, una volta ogni due mesi, passava davanti alla mia cattedra durante i colloqui.
Mi colpirono subito i suoi occhi: cristallini, come il cielo di quel pomeriggio.
E quella sua voce, profonda, intima. Mi fece vibrare lo stomaco con una semplice parola.
– Buonsera.
Rimasi estasiata, immobile. Occhi fissi e tremanti. Analizzai ogni centimetro del suo volto dalla pelle scura, olivastra.
– Lei è la professoressa di arte, corretto?
– S… s… sì.
Balbettai.
– Lei è il padre di Francesco?
– Colpito e affondato.
Esclamò con un sorriso che mi abbagliò più dei suoi occhi.
Parlammo. Mi intrattenne con passione e dolcezza. Credo di non aver mai staccato i miei occhi dai suoi in tutti i 20 minuti di colloquio. Del resto ero la professoressa di arte, bistrattata da tutti i genitori e da tutti i colleghi.
Fulmineo. Mi era innamorata con la velocità di un temporale estivo.
Mi lasciò il suo biglietto da visita. Lo conservai come una reliquia.
– Mi piacerebbe ricevere il suo parere su alcune mie opere.
– Certamente Sig. Franceschini.
– Chiamami Alfio.
– Va… va… va bene.
Mi morsi la lingua.
– Ho una mostra tra due settimane. Corso Milano a Como. Conosce l’ArtCafe?
– Certamente!
– Perfetto! L’aspetto sabato sera verso le venti. Arrivederci.
– Arrivederci Signor… Emh… Alfio.
Mi fece l’occhiolino. Girò sui tacchi e mi diede le spalle.
Alfio, Alfio, Alfio. Pensiero costante. Fisso.
Le due settimane più lunghe della mia vita. Passavo i miei pomeriggi dormendo, non volevo vivere quell’ansia. Il tempo doveva scorrere. Velocemente. Il mattino a scuola non facevo altro che guardare al di fuori della finestra. Che meraviglia la natura. Oh Dio, ero innamorata.
Erano anni che non mi succedeva. Non così perlomeno.
Alfio, Alfio, Alfio…
Venne sabato. Parcheggiai la macchina e le gambe tremavano. Scelsi di indossare un abito fresco ed elegante. Verde leggero. Mi sentivo raggiante. Inspirai vigorosamente, intensamente, sollevai le spalle, entrai.
Bello più di che mai mi corse in contro con un bicchiere di vino bianco e uno di vino rosso.
– Buonasera Raffaella. È davvero splendida questa sera.
– Buonasera Alfio. Grazie.
Risposi arrossendo.
– Ho scelto un vino fermo e fruttato, come il profumo che indossi tu.
– Alfio sei un uomo molto carismatico e hai scelto esattamente il mio preferito, un Gavi di Gavi.
Introdussi il mio naso nel calice cristallino e lo guardai dal basso verso l’alto. Mi sorrise.
Mi accompagnò davanti ai suoi quadri. Me li mostrò uno per uno. Ma si soffermò in particolare sul ritratto di una donna. All’inizio soffermai lo sguardo solo sullo sfondo poi… rimasi spaventata quando mi accorsi che mi stavo rispecchiando. Quel quadro era il mio ritratto.
Diventai pallida, sentivo il suo respiro sul mio collo fino a quando mi sussurrò:
– Il tuo viso, i tuoi occhi, tutto di te. Hai ispirato questo mio quadro. Ho fatto l’amore con te stendendo della tempera su una tela. Ma credo non mi basti più.
Mi sentivo morire. Qualcosa si mosse nel mio ventre. Ero eccitata. Tachicardica. Respiravo a grandi bocconi.
Sentivo il suo petto appoggiato alla mia schiena nuda.
Quella sera finimmo a casa mia a fare l’amore. Sfrenato.
Pelle contro pelle. Mise una mano sotto il mio vestito leggero. Afferrò il filo del mio perizoma e lo sfilò con passione e dolcezza.
Una mano calda sul mio seno mi eccitava ancor di più. Mi sdraiai sopra di lui e iniziò il nostro ballo d’amore.
Ansimavo, urlavo.
Amavo quell’uomo e non pensavo altro che al nostro piacere.
Facemmo l’amore quattro volte in una notte.
Quando mi svegliai lui non c’era già più.
Le campane suonavano le 11 e accanto al mio cuscino c’era un suo biglietto da visita. Lo girai. “Solo per una notte può essere amore. Non mi cercare.”
Piansi. Tutto il giorno vomitai. Non ero in grado di accettare la realtà.
Che stupida. Credevo veramente che quell’uomo potesse amarmi?
Amare me. Una semplice professoressa di arte. Lui, sposato con figli.
Non era cosa per noi.
Passò un mese. 45 giorni dopo quella notte seppi di essere incinta.
Decisi di tenerlo. Non ero una codarda. Ero matura, non come lui. Era stato comunque frutto di una notte d’ A M O R E.
Luca nacque bello come il sole. Pelle olivastra e occhi azzurro cielo. Il suo ritratto. Ogni giorno più lo guardavo e più lui mi ricordava Alfio.
Nei 9 mesi di gestazione non mi feci sentire.
So per certo che Francesco avvisò il padre della mia maternità. Ma nemmeno lui si fece sentire.
Lo vidi di sfuggita solo un pomeriggio all’uscita da scuola. Venne a prendere suo figlio. I nostri sguardi si incrociarono. Lui mi negò qualsiasi cenno. Le mie gambe tremarono e quel giorno finii in pronto soccorso. La sua visione aveva agitato anche il frutto del nostro amore che iniziò a scalciare furiosamente.
Non incontrai mai più i suoi occhi. Fino a quel pomeriggio primaverile in cui la mia unica priorità era tornare a casa da Luca.
Una voce conosciuta mi chiamò, mi voltai, lo vedi. Era Alfio e di nuovo il mio ventre si mosse. Gli sorrisi.
– è mio figlio?
Abbassai gli occhi.
– Sì.
– GUARDAMI.
Urlò.
I suoi occhi scannerizzavano il mio volto. Tremavano, come le mie gambe.
Una mano dietro la sua schiena comparve improvvisamente.
Non ricordo più nulla.
Buio.
Sentivo solo la mia voce. Urlavo. Il viso mi bruciava.
Quel figlio di puttana.
Le mani al volto, bruciavano.
Svenni.
Mi risvegliai in ospedale.
Il volto bendato.
Gli occhi di tigre.
Odio nelle mie vene.
Luca. Dov’era? Mia madre a lato del letto lo teneva in braccio.
Un medico ai miei piedi mi fece alcune domande. Mi scoppiava la testa. Sentivo parole lontane.
Svenni di nuovo.
Mi risvegliai. Stessa scena. Vedevo una flebo nel mio braccio. Un medico ai miei piedi e mia madre accanto. Luca non c’era. Pronunciai flebili parole.
Svenni nuovamente.
Terzo tentativo.
Aprii gli occhi. Tigre ero e tigre rimasi.
Questa volta riuscii a parlare con i medici. Il mio volto era stato sfigurato dall’acido che quel bastardo mi aveva lanciato sul volto.
Dopo 9 giorni mi diedero uno specchio. Avevo paura. Mi specchiai. Persi gli occhi di tigre ma mi spuntarono gli artigli dalla rabbia.
Il giorno seguente mi misero Luca in braccio. Pianse per tutto il tempo. Non mi riconosceva. Ero un nostro, non ero sua madre. Chi diavolo ero?
Da tigre divenni un leone.
Dopo alcuni mesi mi ripresi e cercai una sua esposizione in zona.
Avrei dovuto aspettare tre settimane.
Mi avvolsi in un foulard. Andai a quella mostra. Non lo vidi. Ma vidi quel quadro. Il mio quadro. Mi avvicinai, tirai fuori gli artigli e graffiai tutta la tela. 4 graffi netti su quel viso splendido.
Non avevo ancora finito con lui.
Quello era solo un avvertimento.





Flashback paterni

1 05 2013

Sull’Audi nera, appena pulita e lucidata, risuonava a basso volume “Madness”, l’ultimo successo dei Muse.
RDS era la stazione radio preferita da entrambi. Giada e Marco chiacchieravano di ritorno da un lungo aperitivo domenicale. Il trucco sul volto di Giada resisteva ancora, mentre gli occhi di Marco si facevano sempre più rossi e lucidi.
– Sono cotto.
Disse Marco sorridendole.
Giada sorreggeva la testa con il braccio destro appoggiato alla portiera.
– Anche io. È stata davvero una bella giornata.
Mentre lo guardava si sciolse i lunghi capelli biondi che teneva raccolti con un elastico color carne. Si massaggiò la testa socchiudendo gli occhi, rilassando muscoli e pensieri. La domenica volgeva al termine e dai finestrini dell’A5 entravano piccole gocce di profumo primaverile che si mischiavano con quello talcato di Giada. Marco inspirò profondamente. Adorava quella bionda tutto pepe che gli disordinava gli ormoni e non solo. Con un veloce ma minimo movimento della testa spostò i capelli nero corvino che gli stavano ricadendo davanti agli occhi. Una breve occhiata allo specchietto retrovisore, prima i suoi occhi, il suo viso e poi solo una macchina a debita distanza.
Una frenata.
Lo stridere delle gomme sull’asfalto viscido.
La mano lì, sul suo petto. Quel gesto istintivo. Quella protezione non richiesta. Giada si guardò il grembo.
Un flash.
Sopra la sua cintura di sicurezza Marco aveva istintivamente appoggiato la sua mano destra.

Flashback.

Profumo di nuovo. Era sulla Mercedes di suo padre e lei una vispa signorinella agitata era seduta sul lato passeggero.
– Papà dove andiamo?
– Ti va un gelato?
Le chiese ammiccando.
– Sìììì
Aveva urlato muovendo instancabilmente la testa su e giù. Amava il gelato, quello all’amarena soprattutto. Era esigente già a otto anni la bambina.
Poi una frenata. Le prime rotonde a cui nessuno era abituato e la mano di papà lì, sul suo petto ancora poco sviluppato. Quella mano così grande da abbracciare tutto il suo minuto torace.
Per Giorgio era istintivo. Proteggere quel narciso sbocciato nella primavera del 1987 era il suo dovere di padre. Nessuno avrebbe dovuto toccare quel suo fiore.
– Ti sei fatta male principessa?
Aveva chiesto con tono preoccupato mentre guardava la sua creatura accarezzandole la testa.
– No papà, la tua mano mi ha protetto! Grazie.
Un sorriso di intesa e tutto tornò alla normalità.
Successe più volte ma fortunatamente il suo fiore rimase sempre al sicuro tra quelle grosse mani da muratore. Forti e delicate come solo le mani di un padre possono essere.
Il petto di Giada cresceva, ma quel gesto istintivo suo padre lo mantenne in eterno. E lei, ogni volta, grazie a quel piccolo gesto, capiva fin dove si può spingere l’amore di un padre per la propria figlia.

– Stai bene?
Chiese Marco dopo ripetute imprecazioni rivolte all’autista della Smart verde petrolio.
– Giada? Stai bene?
Lei lo guardò. I suoi occhi color miele, tremanti, fissavano le pupille dilatate di Marco che si intravedevano sotto il copioso ciuffo di nuovo sceso sulla sua fronte.
Con voce fioca e minuta riuscì a pronunciare solo un misero sì.
Marco ripartì dolcemente. La sua mano destra passò lentamente dalla pancia di Giada al pomello del cambio. Lei l’afferrò con entrambe le mani. La strinse forte e la baciò.
– Hai appena compiuto il gesto più sacrosanto di questo mondo. Ora lo so, sei pronto per essere padre!
Si guardarono intensamente.
Sorrisero.








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