Verona

19 09 2012

Candy.
Lo stereo risuona una canzone. La cassa di sinistra gracchia un po’, del resto è normale vista la sua età.
Silenzio. Giusto il tempo di passare alla canzone successiva. Qui fuori piove. Ne percepisco solo ora il candido rumore.
Ora il vento. Si alza. Un’imposta sbatte, sarà meglio andarla a chiudere.
Il tempo scorre, inesorabile. Il computer lì, acceso, su una pagina di quella tesi che non riesco a portare a termine. Maledizione.
Il tavolo della cucina è diventato la mia scrivania: un giornale di ormai due giorni fa letto solo di sfuggita, un’astuccio aperto, colori forti, evidenziatori, si dispongono fuori dalla sua cerniera nel più caotico caos della mia mente. Occhiali, due paia. La cecità, del resto, è privilegio di pochi. Forse solo di noi acerbi scrittori.
Fogli. Montagne di fogli. Interminabili. Divisi per argomento, tra uno specchietto da borsa e un mascara ormai secco.
Sono davvero disordinata.
Non importa.
Il telefono suona, di nuovo. Non mi lasceranno mai in pace. Non rispondo. Non ora. Un’altra canzone è finita, vado a spegnere la radio, il gusto della pioggia è più gradevole.
Esco e gli occhiali si bagnano, resto incantata a guardare ogni singola delicata lacrima che si posa sulle mie lenti. Grandi, forse troppo per questi occhi ormai stanchi. La mia giornata è quasi, quasi, finita. Come perderò il mio tempo domani? Devo ancora deciderlo.
Come sempre mi alzerò, trascinando i piedi verso la cucina dove vomiterò alla sola idea di dover riprendere tra le mani questo maledetto capitolo. Dicevo così anche di quello precedente. Catastrofica, lo riconosco.
Il telefono suona di nuovo. Dannazione, devo imparare a spegnerlo ogni tanto.
Chi diavolo può essere a quest’ora?
“Pronto?” dall’altra parte il vuoto. Beh, non sono stata abbastanza veloce nel rispondere. Pazienza.
Sullo schermo appaiono 19 messaggi. Ma chi diavolo si mette a inviare tutti questi messaggi a mezzanotte?
Commenti su FB e qualche retweet.
Richiamo. “è un’ora che ti sto cercando?”. Davvero? Ti è mai balenato per la testa che se non ti rispondo dopo 5 chiamate forse, e dico forse, non ho la benché minima intenzione di parlare con te?
“Dimmi.”
“Odio quando mi rispondi così. Nulla, non ho nulla da dirti. Volevo solo sentire la tua voce!”
Di nuovo? Ma quante volte te lo devo dire che non sono la tua psicoanalista?
“Beh, ora la stai sentendo… Che c’è?”
“Volevo raccontarti una cosa che mi è appena successa.”
Che noia. Ce ne fosse uno di ragazzo originale a questo mondo.
“Cosa succede?”
“Niente…” Odio questa parola, se non succede niente, perché minchia mi hai chiamato?
“…ho appena parlato con un mio amico, no…” Altra parola fastidiosa “no”. Che senso ha?
“…e mi ha detto che ti conosce…” Ma va? Che strano… Come se esistesse ancora qualcuno in questo paese che non mi conosce…
“…ti ha incontrato l’anno scorso a Verona.” Dio, NO! A Verona no, fa che non sia chi penso io.
“Scusa e chi sarebbe questo tuo amico?”
“Davide, Davide Alfieri”
Penso sia meglio svenire a questo punto.
“Da… Da… Davide?”
“Sì esatto, ma allora ti ricordi di lui?” E come potrei dimenticarmi di quello stronzo?
“Sì. è qui? Voglio dire, qui a Milano?”
“Sì, era al bar prima, con me, a vedere la partita… Sai com’è, nel nostro lavoro…”
“Sì sì certo, lo so benissimo che lavoro fa.” Figlio di puttana.
“Dice che gli piacerebbe rivederti.” Col cazzo.
“Marco, fammi un piacere. Io non sono qui, è chiaro? Non dirgli che hai parlato con me… Io non ci sono! Chiaro?”
“Non ti ho sentito, aspetta che te lo passo…”
“Ciao Elisa.” Cristo.


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