Saziami

29 05 2013

Reggio Emilia, 26/01/2010

E sono qui, a scrivere. A scrivere di nuovo, e lo faccio per te.
Non lo faccio solo perché tu me l’hai chiesto, lo faccio soprattutto perché sei tu ad ispirare la mia breve e momentanea poesia.
La musicalità di questo tic tac delle mie dita sui tasti ispira maggiormente la mia fragile fantasia.
Colori ed emozioni che tu imprimi vividamente nel mio piccolo muscolo chiamato cuore, durano e perdurano nonostante passino inesorabilmente i giorni che tanto ci uniscono quanto ci separano.
Centoottanta lunghi chilometri mi separano da te.
Il cuore batte spietatamente. Sento il suo bum bum. Sento ogni sistole furiosamente accompagnata dalla sua diastole.
Sento lo scroscio del sangue rosso vivo che lo attraversa.
Sento l’emozione.
Sento la tua voce come una cascata di globuli rossi che timidamente si lasciano trasportare a livello cellulare.
Mi immagino l’emozione come le tue ardenti labbra sul mio corpo.
Partendo innocenti dal mio cuore indaffarato salgono verso il mio tenero viso, attraversano le gote che si arrossano sotto il calore del tuo fiato eccitato.
Il naso addentano e poi sfiorano le intrepide labbra. Vengono morsicate ma non perdono l’entusiasmo, anzi incoraggiate continuano sul loro improvvisato percorso.
Riprendono a scendere con naturalezza verso il mio liscio e ormai rabbrividito pancino.
Il sangue bolle nelle mie vene stimolate e surriscaldate.
Scendono, scendono di nuovo. Le tue carnose labbra corrono ancora.
Il mio fisico si muove, si abbandona e si anima di un’incredibile energia lussuriosa.
L’ambiente intorno ai nostri umidi corpi si infiamma ancor più.
Respiro affannoso.
Pelle sudata.
Labbra avide e ingorde si incontrano, si scontrano, si mordono e sfiorano i rispettivi piaceri.
Il sangue scorre. Avanza rapidamente.
L’amore travolge ogni singola cellula. L’amore sconvolge ogni singolo giudizio.
Il rosso domina ovunque.
Pensieri rossi.
Movenze rosse.
Parole rosse.
Un fuoco che brucia ma non scotta. Pelle a pelle.
Brividi che percorrono la schiena che si inarca sotto i tuoi movimenti sul mio corpo.
Il solo pensiero di queste roventi emozioni ha già suscitato in me un appetito più profondo e cospicuo.
Un appetito che sazia oltre a nutrire.
Un appetito che mi percuote l’anima e mi scuote il cuore.
Un appetito che solo tu puoi saziare.
Saziami.
Sazia il mio bisogno di te.
Sazia il vuoto che qualche volta mi assale.
Abbatti questa soffocante distanza che accresce il mio bisogno di te. Abbatti ostacoli e distanze.
Sdraia il mio corpo su un morbido letto e realizza questa passione che altrimenti dovrei reprimere.
Così vorrei che nascesse nostro figlio!





Festa della mamma

12 05 2013

Odio e amo mia madre.
La odio per tutte quelle volte che invade la mia vita privata, i miei spazi, la mia autonomia.
La odio anche per tutte le volte che non l’ha fatto e io l’avrei voluto.
Odio mia mamma per tutto l’amore che toglie a me per offrirlo a mio fratello.
Odio mia mamma perché per lei tutto ruota intorno ai soldi e non all’amore.
Odio mia mamma perché quando avevo bisogno di lei, lei non c’era, perché non ha mai appoggiato i miei sogni e perché mi ha mentito troppe volte.

Ma…

La amo perché mi ha messo al mondo.
La amo perché… Non posso farne a meno. Perché quando non c’è mi manca, anche se poi quando la vedo non riesco a guardarla negli occhi.
La amo perché fino agli 8 anni mi ha amato anche lei… Poi il lavoro me l’ha rubata senza ridarmela mai più.

Quindi, mamma, voglio dirti che non importa cosa attraversiamo, non importa quanto litighiamo, non importa se non mi parli e non mi saluti per mesi e mesi. Non importa se quando sbagli non sai chiedere scusa, non importa se fingi di conoscermi, se non sai qual è il mio colore preferito, se non conosci i miei sogni. Non importa se non mi hai mai detto “ti voglio bene”.
Non mi importa, perchè lo so, che alla fine, a tuo modo, anche tu… mi ami.





Occhi di tigre

11 05 2013

Vorrei avere degli artigli. Lunghi e graffianti come quelli di un leone.
Vorrei poter distruggere con le mie unghie tutti quei ritagli di giornali che ritraggono il giorno più bruciante della mia vita.
Non ho il coraggio.
Non ho il coraggio di guardarmi allo specchio.
Non ho più un volto, non ho più quegli occhi verdi che fecero innamorare molti uomini di me. Mi sono rimasti solo i miei bellissimi denti bianchi ma non posso più sorridere.
Mi sento come un leone in gabbia.
Vorrei ruggire ma metà del mio volto è inerme, immobile.
La parte più liscia e morbida del mio viso è anche la più dolente. Tutto ciò frena i miei sorrisi perché nessun muscolo si muove più.
Maledetto stronzo.
Pensare che lo amavo.
Quel giorno uscivo da scuola. Era un pomeriggio caldo e ventilato. Le montagne alle mie spalle sembravano più maestose del solito.
I bambini urlavano nel parco. Giocavano, felici. I loro schiamazzi erano interrotti ritmicamente dal cigolio delle altalene.
Il cielo azzurro evidenziatore incorniciava le montagne e il viso degli infanti che correvano ridendo a tutto fiato.
Guardai l’orologio. Le 16.05. Ero in ritardo!
Luca mi stava aspettando a casa con la tata. Un pulcino di quasi un anno. Il mio pulcino. La gioia della mia vita. Frutto di un amore nascosto, desiderato ma impossibile.
Il padre di Luca era un padre di famiglia, tre figli e una moglie bellissima. Lo amavo. Lo amavo nonostante tutto.
Ero stata io ad avvicinarmi a lui. Un ottimo padre. Non era uno dei tanti genitori che, una volta ogni due mesi, passava davanti alla mia cattedra durante i colloqui.
Mi colpirono subito i suoi occhi: cristallini, come il cielo di quel pomeriggio.
E quella sua voce, profonda, intima. Mi fece vibrare lo stomaco con una semplice parola.
– Buonsera.
Rimasi estasiata, immobile. Occhi fissi e tremanti. Analizzai ogni centimetro del suo volto dalla pelle scura, olivastra.
– Lei è la professoressa di arte, corretto?
– S… s… sì.
Balbettai.
– Lei è il padre di Francesco?
– Colpito e affondato.
Esclamò con un sorriso che mi abbagliò più dei suoi occhi.
Parlammo. Mi intrattenne con passione e dolcezza. Credo di non aver mai staccato i miei occhi dai suoi in tutti i 20 minuti di colloquio. Del resto ero la professoressa di arte, bistrattata da tutti i genitori e da tutti i colleghi.
Fulmineo. Mi era innamorata con la velocità di un temporale estivo.
Mi lasciò il suo biglietto da visita. Lo conservai come una reliquia.
– Mi piacerebbe ricevere il suo parere su alcune mie opere.
– Certamente Sig. Franceschini.
– Chiamami Alfio.
– Va… va… va bene.
Mi morsi la lingua.
– Ho una mostra tra due settimane. Corso Milano a Como. Conosce l’ArtCafe?
– Certamente!
– Perfetto! L’aspetto sabato sera verso le venti. Arrivederci.
– Arrivederci Signor… Emh… Alfio.
Mi fece l’occhiolino. Girò sui tacchi e mi diede le spalle.
Alfio, Alfio, Alfio. Pensiero costante. Fisso.
Le due settimane più lunghe della mia vita. Passavo i miei pomeriggi dormendo, non volevo vivere quell’ansia. Il tempo doveva scorrere. Velocemente. Il mattino a scuola non facevo altro che guardare al di fuori della finestra. Che meraviglia la natura. Oh Dio, ero innamorata.
Erano anni che non mi succedeva. Non così perlomeno.
Alfio, Alfio, Alfio…
Venne sabato. Parcheggiai la macchina e le gambe tremavano. Scelsi di indossare un abito fresco ed elegante. Verde leggero. Mi sentivo raggiante. Inspirai vigorosamente, intensamente, sollevai le spalle, entrai.
Bello più di che mai mi corse in contro con un bicchiere di vino bianco e uno di vino rosso.
– Buonasera Raffaella. È davvero splendida questa sera.
– Buonasera Alfio. Grazie.
Risposi arrossendo.
– Ho scelto un vino fermo e fruttato, come il profumo che indossi tu.
– Alfio sei un uomo molto carismatico e hai scelto esattamente il mio preferito, un Gavi di Gavi.
Introdussi il mio naso nel calice cristallino e lo guardai dal basso verso l’alto. Mi sorrise.
Mi accompagnò davanti ai suoi quadri. Me li mostrò uno per uno. Ma si soffermò in particolare sul ritratto di una donna. All’inizio soffermai lo sguardo solo sullo sfondo poi… rimasi spaventata quando mi accorsi che mi stavo rispecchiando. Quel quadro era il mio ritratto.
Diventai pallida, sentivo il suo respiro sul mio collo fino a quando mi sussurrò:
– Il tuo viso, i tuoi occhi, tutto di te. Hai ispirato questo mio quadro. Ho fatto l’amore con te stendendo della tempera su una tela. Ma credo non mi basti più.
Mi sentivo morire. Qualcosa si mosse nel mio ventre. Ero eccitata. Tachicardica. Respiravo a grandi bocconi.
Sentivo il suo petto appoggiato alla mia schiena nuda.
Quella sera finimmo a casa mia a fare l’amore. Sfrenato.
Pelle contro pelle. Mise una mano sotto il mio vestito leggero. Afferrò il filo del mio perizoma e lo sfilò con passione e dolcezza.
Una mano calda sul mio seno mi eccitava ancor di più. Mi sdraiai sopra di lui e iniziò il nostro ballo d’amore.
Ansimavo, urlavo.
Amavo quell’uomo e non pensavo altro che al nostro piacere.
Facemmo l’amore quattro volte in una notte.
Quando mi svegliai lui non c’era già più.
Le campane suonavano le 11 e accanto al mio cuscino c’era un suo biglietto da visita. Lo girai. “Solo per una notte può essere amore. Non mi cercare.”
Piansi. Tutto il giorno vomitai. Non ero in grado di accettare la realtà.
Che stupida. Credevo veramente che quell’uomo potesse amarmi?
Amare me. Una semplice professoressa di arte. Lui, sposato con figli.
Non era cosa per noi.
Passò un mese. 45 giorni dopo quella notte seppi di essere incinta.
Decisi di tenerlo. Non ero una codarda. Ero matura, non come lui. Era stato comunque frutto di una notte d’ A M O R E.
Luca nacque bello come il sole. Pelle olivastra e occhi azzurro cielo. Il suo ritratto. Ogni giorno più lo guardavo e più lui mi ricordava Alfio.
Nei 9 mesi di gestazione non mi feci sentire.
So per certo che Francesco avvisò il padre della mia maternità. Ma nemmeno lui si fece sentire.
Lo vidi di sfuggita solo un pomeriggio all’uscita da scuola. Venne a prendere suo figlio. I nostri sguardi si incrociarono. Lui mi negò qualsiasi cenno. Le mie gambe tremarono e quel giorno finii in pronto soccorso. La sua visione aveva agitato anche il frutto del nostro amore che iniziò a scalciare furiosamente.
Non incontrai mai più i suoi occhi. Fino a quel pomeriggio primaverile in cui la mia unica priorità era tornare a casa da Luca.
Una voce conosciuta mi chiamò, mi voltai, lo vedi. Era Alfio e di nuovo il mio ventre si mosse. Gli sorrisi.
– è mio figlio?
Abbassai gli occhi.
– Sì.
– GUARDAMI.
Urlò.
I suoi occhi scannerizzavano il mio volto. Tremavano, come le mie gambe.
Una mano dietro la sua schiena comparve improvvisamente.
Non ricordo più nulla.
Buio.
Sentivo solo la mia voce. Urlavo. Il viso mi bruciava.
Quel figlio di puttana.
Le mani al volto, bruciavano.
Svenni.
Mi risvegliai in ospedale.
Il volto bendato.
Gli occhi di tigre.
Odio nelle mie vene.
Luca. Dov’era? Mia madre a lato del letto lo teneva in braccio.
Un medico ai miei piedi mi fece alcune domande. Mi scoppiava la testa. Sentivo parole lontane.
Svenni di nuovo.
Mi risvegliai. Stessa scena. Vedevo una flebo nel mio braccio. Un medico ai miei piedi e mia madre accanto. Luca non c’era. Pronunciai flebili parole.
Svenni nuovamente.
Terzo tentativo.
Aprii gli occhi. Tigre ero e tigre rimasi.
Questa volta riuscii a parlare con i medici. Il mio volto era stato sfigurato dall’acido che quel bastardo mi aveva lanciato sul volto.
Dopo 9 giorni mi diedero uno specchio. Avevo paura. Mi specchiai. Persi gli occhi di tigre ma mi spuntarono gli artigli dalla rabbia.
Il giorno seguente mi misero Luca in braccio. Pianse per tutto il tempo. Non mi riconosceva. Ero un nostro, non ero sua madre. Chi diavolo ero?
Da tigre divenni un leone.
Dopo alcuni mesi mi ripresi e cercai una sua esposizione in zona.
Avrei dovuto aspettare tre settimane.
Mi avvolsi in un foulard. Andai a quella mostra. Non lo vidi. Ma vidi quel quadro. Il mio quadro. Mi avvicinai, tirai fuori gli artigli e graffiai tutta la tela. 4 graffi netti su quel viso splendido.
Non avevo ancora finito con lui.
Quello era solo un avvertimento.





Flashback paterni

1 05 2013

Sull’Audi nera, appena pulita e lucidata, risuonava a basso volume “Madness”, l’ultimo successo dei Muse.
RDS era la stazione radio preferita da entrambi. Giada e Marco chiacchieravano di ritorno da un lungo aperitivo domenicale. Il trucco sul volto di Giada resisteva ancora, mentre gli occhi di Marco si facevano sempre più rossi e lucidi.
– Sono cotto.
Disse Marco sorridendole.
Giada sorreggeva la testa con il braccio destro appoggiato alla portiera.
– Anche io. È stata davvero una bella giornata.
Mentre lo guardava si sciolse i lunghi capelli biondi che teneva raccolti con un elastico color carne. Si massaggiò la testa socchiudendo gli occhi, rilassando muscoli e pensieri. La domenica volgeva al termine e dai finestrini dell’A5 entravano piccole gocce di profumo primaverile che si mischiavano con quello talcato di Giada. Marco inspirò profondamente. Adorava quella bionda tutto pepe che gli disordinava gli ormoni e non solo. Con un veloce ma minimo movimento della testa spostò i capelli nero corvino che gli stavano ricadendo davanti agli occhi. Una breve occhiata allo specchietto retrovisore, prima i suoi occhi, il suo viso e poi solo una macchina a debita distanza.
Una frenata.
Lo stridere delle gomme sull’asfalto viscido.
La mano lì, sul suo petto. Quel gesto istintivo. Quella protezione non richiesta. Giada si guardò il grembo.
Un flash.
Sopra la sua cintura di sicurezza Marco aveva istintivamente appoggiato la sua mano destra.

Flashback.

Profumo di nuovo. Era sulla Mercedes di suo padre e lei una vispa signorinella agitata era seduta sul lato passeggero.
– Papà dove andiamo?
– Ti va un gelato?
Le chiese ammiccando.
– Sìììì
Aveva urlato muovendo instancabilmente la testa su e giù. Amava il gelato, quello all’amarena soprattutto. Era esigente già a otto anni la bambina.
Poi una frenata. Le prime rotonde a cui nessuno era abituato e la mano di papà lì, sul suo petto ancora poco sviluppato. Quella mano così grande da abbracciare tutto il suo minuto torace.
Per Giorgio era istintivo. Proteggere quel narciso sbocciato nella primavera del 1987 era il suo dovere di padre. Nessuno avrebbe dovuto toccare quel suo fiore.
– Ti sei fatta male principessa?
Aveva chiesto con tono preoccupato mentre guardava la sua creatura accarezzandole la testa.
– No papà, la tua mano mi ha protetto! Grazie.
Un sorriso di intesa e tutto tornò alla normalità.
Successe più volte ma fortunatamente il suo fiore rimase sempre al sicuro tra quelle grosse mani da muratore. Forti e delicate come solo le mani di un padre possono essere.
Il petto di Giada cresceva, ma quel gesto istintivo suo padre lo mantenne in eterno. E lei, ogni volta, grazie a quel piccolo gesto, capiva fin dove si può spingere l’amore di un padre per la propria figlia.

– Stai bene?
Chiese Marco dopo ripetute imprecazioni rivolte all’autista della Smart verde petrolio.
– Giada? Stai bene?
Lei lo guardò. I suoi occhi color miele, tremanti, fissavano le pupille dilatate di Marco che si intravedevano sotto il copioso ciuffo di nuovo sceso sulla sua fronte.
Con voce fioca e minuta riuscì a pronunciare solo un misero sì.
Marco ripartì dolcemente. La sua mano destra passò lentamente dalla pancia di Giada al pomello del cambio. Lei l’afferrò con entrambe le mani. La strinse forte e la baciò.
– Hai appena compiuto il gesto più sacrosanto di questo mondo. Ora lo so, sei pronto per essere padre!
Si guardarono intensamente.
Sorrisero.








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