Occhi di tigre

11 05 2013

Vorrei avere degli artigli. Lunghi e graffianti come quelli di un leone.
Vorrei poter distruggere con le mie unghie tutti quei ritagli di giornali che ritraggono il giorno più bruciante della mia vita.
Non ho il coraggio.
Non ho il coraggio di guardarmi allo specchio.
Non ho più un volto, non ho più quegli occhi verdi che fecero innamorare molti uomini di me. Mi sono rimasti solo i miei bellissimi denti bianchi ma non posso più sorridere.
Mi sento come un leone in gabbia.
Vorrei ruggire ma metà del mio volto è inerme, immobile.
La parte più liscia e morbida del mio viso è anche la più dolente. Tutto ciò frena i miei sorrisi perché nessun muscolo si muove più.
Maledetto stronzo.
Pensare che lo amavo.
Quel giorno uscivo da scuola. Era un pomeriggio caldo e ventilato. Le montagne alle mie spalle sembravano più maestose del solito.
I bambini urlavano nel parco. Giocavano, felici. I loro schiamazzi erano interrotti ritmicamente dal cigolio delle altalene.
Il cielo azzurro evidenziatore incorniciava le montagne e il viso degli infanti che correvano ridendo a tutto fiato.
Guardai l’orologio. Le 16.05. Ero in ritardo!
Luca mi stava aspettando a casa con la tata. Un pulcino di quasi un anno. Il mio pulcino. La gioia della mia vita. Frutto di un amore nascosto, desiderato ma impossibile.
Il padre di Luca era un padre di famiglia, tre figli e una moglie bellissima. Lo amavo. Lo amavo nonostante tutto.
Ero stata io ad avvicinarmi a lui. Un ottimo padre. Non era uno dei tanti genitori che, una volta ogni due mesi, passava davanti alla mia cattedra durante i colloqui.
Mi colpirono subito i suoi occhi: cristallini, come il cielo di quel pomeriggio.
E quella sua voce, profonda, intima. Mi fece vibrare lo stomaco con una semplice parola.
– Buonsera.
Rimasi estasiata, immobile. Occhi fissi e tremanti. Analizzai ogni centimetro del suo volto dalla pelle scura, olivastra.
– Lei è la professoressa di arte, corretto?
– S… s… sì.
Balbettai.
– Lei è il padre di Francesco?
– Colpito e affondato.
Esclamò con un sorriso che mi abbagliò più dei suoi occhi.
Parlammo. Mi intrattenne con passione e dolcezza. Credo di non aver mai staccato i miei occhi dai suoi in tutti i 20 minuti di colloquio. Del resto ero la professoressa di arte, bistrattata da tutti i genitori e da tutti i colleghi.
Fulmineo. Mi era innamorata con la velocità di un temporale estivo.
Mi lasciò il suo biglietto da visita. Lo conservai come una reliquia.
– Mi piacerebbe ricevere il suo parere su alcune mie opere.
– Certamente Sig. Franceschini.
– Chiamami Alfio.
– Va… va… va bene.
Mi morsi la lingua.
– Ho una mostra tra due settimane. Corso Milano a Como. Conosce l’ArtCafe?
– Certamente!
– Perfetto! L’aspetto sabato sera verso le venti. Arrivederci.
– Arrivederci Signor… Emh… Alfio.
Mi fece l’occhiolino. Girò sui tacchi e mi diede le spalle.
Alfio, Alfio, Alfio. Pensiero costante. Fisso.
Le due settimane più lunghe della mia vita. Passavo i miei pomeriggi dormendo, non volevo vivere quell’ansia. Il tempo doveva scorrere. Velocemente. Il mattino a scuola non facevo altro che guardare al di fuori della finestra. Che meraviglia la natura. Oh Dio, ero innamorata.
Erano anni che non mi succedeva. Non così perlomeno.
Alfio, Alfio, Alfio…
Venne sabato. Parcheggiai la macchina e le gambe tremavano. Scelsi di indossare un abito fresco ed elegante. Verde leggero. Mi sentivo raggiante. Inspirai vigorosamente, intensamente, sollevai le spalle, entrai.
Bello più di che mai mi corse in contro con un bicchiere di vino bianco e uno di vino rosso.
– Buonasera Raffaella. È davvero splendida questa sera.
– Buonasera Alfio. Grazie.
Risposi arrossendo.
– Ho scelto un vino fermo e fruttato, come il profumo che indossi tu.
– Alfio sei un uomo molto carismatico e hai scelto esattamente il mio preferito, un Gavi di Gavi.
Introdussi il mio naso nel calice cristallino e lo guardai dal basso verso l’alto. Mi sorrise.
Mi accompagnò davanti ai suoi quadri. Me li mostrò uno per uno. Ma si soffermò in particolare sul ritratto di una donna. All’inizio soffermai lo sguardo solo sullo sfondo poi… rimasi spaventata quando mi accorsi che mi stavo rispecchiando. Quel quadro era il mio ritratto.
Diventai pallida, sentivo il suo respiro sul mio collo fino a quando mi sussurrò:
– Il tuo viso, i tuoi occhi, tutto di te. Hai ispirato questo mio quadro. Ho fatto l’amore con te stendendo della tempera su una tela. Ma credo non mi basti più.
Mi sentivo morire. Qualcosa si mosse nel mio ventre. Ero eccitata. Tachicardica. Respiravo a grandi bocconi.
Sentivo il suo petto appoggiato alla mia schiena nuda.
Quella sera finimmo a casa mia a fare l’amore. Sfrenato.
Pelle contro pelle. Mise una mano sotto il mio vestito leggero. Afferrò il filo del mio perizoma e lo sfilò con passione e dolcezza.
Una mano calda sul mio seno mi eccitava ancor di più. Mi sdraiai sopra di lui e iniziò il nostro ballo d’amore.
Ansimavo, urlavo.
Amavo quell’uomo e non pensavo altro che al nostro piacere.
Facemmo l’amore quattro volte in una notte.
Quando mi svegliai lui non c’era già più.
Le campane suonavano le 11 e accanto al mio cuscino c’era un suo biglietto da visita. Lo girai. “Solo per una notte può essere amore. Non mi cercare.”
Piansi. Tutto il giorno vomitai. Non ero in grado di accettare la realtà.
Che stupida. Credevo veramente che quell’uomo potesse amarmi?
Amare me. Una semplice professoressa di arte. Lui, sposato con figli.
Non era cosa per noi.
Passò un mese. 45 giorni dopo quella notte seppi di essere incinta.
Decisi di tenerlo. Non ero una codarda. Ero matura, non come lui. Era stato comunque frutto di una notte d’ A M O R E.
Luca nacque bello come il sole. Pelle olivastra e occhi azzurro cielo. Il suo ritratto. Ogni giorno più lo guardavo e più lui mi ricordava Alfio.
Nei 9 mesi di gestazione non mi feci sentire.
So per certo che Francesco avvisò il padre della mia maternità. Ma nemmeno lui si fece sentire.
Lo vidi di sfuggita solo un pomeriggio all’uscita da scuola. Venne a prendere suo figlio. I nostri sguardi si incrociarono. Lui mi negò qualsiasi cenno. Le mie gambe tremarono e quel giorno finii in pronto soccorso. La sua visione aveva agitato anche il frutto del nostro amore che iniziò a scalciare furiosamente.
Non incontrai mai più i suoi occhi. Fino a quel pomeriggio primaverile in cui la mia unica priorità era tornare a casa da Luca.
Una voce conosciuta mi chiamò, mi voltai, lo vedi. Era Alfio e di nuovo il mio ventre si mosse. Gli sorrisi.
– è mio figlio?
Abbassai gli occhi.
– Sì.
– GUARDAMI.
Urlò.
I suoi occhi scannerizzavano il mio volto. Tremavano, come le mie gambe.
Una mano dietro la sua schiena comparve improvvisamente.
Non ricordo più nulla.
Buio.
Sentivo solo la mia voce. Urlavo. Il viso mi bruciava.
Quel figlio di puttana.
Le mani al volto, bruciavano.
Svenni.
Mi risvegliai in ospedale.
Il volto bendato.
Gli occhi di tigre.
Odio nelle mie vene.
Luca. Dov’era? Mia madre a lato del letto lo teneva in braccio.
Un medico ai miei piedi mi fece alcune domande. Mi scoppiava la testa. Sentivo parole lontane.
Svenni di nuovo.
Mi risvegliai. Stessa scena. Vedevo una flebo nel mio braccio. Un medico ai miei piedi e mia madre accanto. Luca non c’era. Pronunciai flebili parole.
Svenni nuovamente.
Terzo tentativo.
Aprii gli occhi. Tigre ero e tigre rimasi.
Questa volta riuscii a parlare con i medici. Il mio volto era stato sfigurato dall’acido che quel bastardo mi aveva lanciato sul volto.
Dopo 9 giorni mi diedero uno specchio. Avevo paura. Mi specchiai. Persi gli occhi di tigre ma mi spuntarono gli artigli dalla rabbia.
Il giorno seguente mi misero Luca in braccio. Pianse per tutto il tempo. Non mi riconosceva. Ero un nostro, non ero sua madre. Chi diavolo ero?
Da tigre divenni un leone.
Dopo alcuni mesi mi ripresi e cercai una sua esposizione in zona.
Avrei dovuto aspettare tre settimane.
Mi avvolsi in un foulard. Andai a quella mostra. Non lo vidi. Ma vidi quel quadro. Il mio quadro. Mi avvicinai, tirai fuori gli artigli e graffiai tutta la tela. 4 graffi netti su quel viso splendido.
Non avevo ancora finito con lui.
Quello era solo un avvertimento.


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