Un croupier di nome Bukowski

31 07 2013

Amo le donne. Amavo fare di loro le mie prede.
Provavo una soddisfazione animalesca e tremendamente primordiale nel gustare ogni loro singolo sguardo languido.
Vendevo macchine. Erano ormai 10 anni che dominavo il settore. La mia scalata era stata rapida e deliziosa. Era una continua masturbazione. Ogni contratto firmato mi faceva godere quasi come tutte quelle clienti che, a rotazione, disfavano le mie lenzuola.
Le vedevo entrare nel salone, piccole prede, clienti fresche, truccate ma disorientate come delfini fuori dal branco. Si avvicinavano a me, affascinante e sempre sorridente.
“Buongiorno!”
“Buongiorno!”
“Sta cercando un’auto?” domanda stupida ma mai scontata.
“Sì…”
“Una macchina famigliare?”
“Sì”
“Con ampio bagagliaio?”
“Sì”
“E che costi poco…”
“Esattamente…”
Le avevo già conquistate. I corsi di PNL mi erano tornati utili in tutti gli anni di lavoro presso i vari saloni. Con le donne era generalmente più facile. Piccole creature indifese.
C’era, però, un particolare ‘tipo’ di donna che eccitava ogni mia singola particella: la donna con il tacco a spillo.
Lavorando per BMW ne avrò viste passare a centinaia, la maggior parte delle quali, dopo avermi fatto un succulento pompino, fumavano una sigaretta con me sorseggiando caffè bollente tra le lenzuola.
Le riconoscevi appena le porte scorrevoli del salone si aprivano. Alte, viso truccato ma occhi nascosti dietro Ray Ban scuri; scarpe con tacchi vertiginosi, Chanel n°5, braccialetto di Tiffany e sorriso bianco candido. Immancabili le loro borse, estremamente colorate portate al gomito, e brillante al dito.
Le mie milanesi arricchite, come le amavo. Belle, sensuali, con gambe lunghe e affusolate. Modelle da cartellone. Iniezioni di testosterone direttamente in vena. Erano quasi meglio della miglior cocaina che avevo sniffato in vita mia. Bianca, pura e colombiana.
Amavo quel loro fascino nel tradire i propri mariti, milionari, con estremo gusto ed estrema classe. Le amavo. Sì. E amavo i loro movimenti ondulatori sopra il mio bacino.

A suo tempo però, ero anche stato un peccatore. Mi innamorai. Perdutamente. Avevo sì e no 23 anni, ero giovane, facevo il coglione con una macchina di lusso e una moto da strada. Frequentavo locali quasi ogni sera e tutti i we tornavo a casa sbronzo o strafatto. Amavo il mio lavoro, e grazie a lui la incontrai. Era diversa dalle altre. Era una stronza. E io l’amavo per questo. Ma quando scoprii che quella puttana mi tradiva, la abbandonai come spazzatura in mezzo alla strada. Da quel giorno, fino a ben 10 anni a seguire, vivevo di scopate con le mie clienti. Belle e senza impegno.

Avevo 33 anni, quando la mia vita cambiò. Di nuovo.
Una mattina aprii Facebook, il mio cuore si fermò. Una foto. Una divinità.
– Ma chi diavolo è? – pensai. Mai avuto amiche così fighe su FB.
Aguzzai la vista. Una ragazza mora, pelle di ebano, occhi verde smeraldo con dolci sfumature color miele. Qualche tatuaggio sulla pelle. Un sorriso sincero, verace. Una bellezza mediterranea. Guardai il nome: Jasmine.

Flashback.

“E tu così venderesti auto?”
“Esatto…”
“E cosa ci fai qui? In questa università?”
“Voglio solo prendermi un pezzo di carta. Non si sa mai nella vita. E tu?”
“Sono stata costretta.” Lo disse con un tono di rassegnazione. Di lei ricordavo la saccenza durante le lezioni e il sorriso niveo.
“Comunque sia, te la cavi molto bene…”
“Grazie!” Sorrise. Quanto era bella e innocente.
“A proposito, hai gli appunti della lezione precedente? Sai, lavorando non posso sempre permettermi di essere presente alle lezioni dello stronzo!”
“Ma certo, ci mancherebbe. Scrivo un po’ da schifo, ma c’è tutto quello di cui hai bisogno!” Le avrei voluto dire – Non mi interessa della tua scrittura, vorrei solo vedere il tuo corpo muoversi tra le mie lenzuola – ma mi morsi le labbra e con estrema classe le chiesi il suo numero di telefono.
Sfortunatamente la rividi poche altre volte. Lei superava con disinvoltura tutti i primi appelli. Io, invece, prendevo per sfinimento ogni-singolo-professore.

Tornai alla realtà. Com’era cresciuta, e che bel-paio-di-bocce che le erano venute.
– Le scrivo o non le scrivo? Sarà ancora quella saccente rompicoglioni che era in università? Scusi prof… gne gne gne… – fissavo il monitor quasi incantato. Ero estremamente i-n-d-e-c-i-s-o.
Arrivò un cliente, mi distrasse, ma non durò a lungo. Quella foto era impressa nella mia mente.
Tornai al computer, aprii il suo profilo e guardai ogni-singola-foto.
Dio mio che venere.
– Chissà tra le lenzuola come sarà! Situazione sentimentale? Single? Mmmmmh… –
‘Ciao Jasmine…’
‘Dottor B. come stai? Che piacere sentirti.’ Che appellativo strano. Mi aveva sempre chiamato Dottor B. devo ammettere che amavo quel soprannome.
‘Tutto bene cara, e tu?’
‘Non c’è male… Cosa mi racconti?’
‘Vedo che sei stata dalle mie parti ieri… e non mi hai nemmeno avvisato, sarei sceso a salutarti!’
‘Ahahahahah, sinceramente nemmeno sapevo abitassi lì.’
‘Male male… sono il sindaco di questa zona…’
‘Impossibile, sono io che la frequento assiduamente…’
‘Dovrai pagare le tasse per ogni volta che hai messo piede qui dentro!’
‘Ahahahahah. Scordatelo! =)’
Lasciai in stand-by la conversazione perché un cliente mi interruppe. Quando finii riaprii la chat e lei mi aveva scritto ancora.
‘Anche tu sei stato dalle mie parti senza permesso. E adesso come la mettiamo?’
‘Facciamo che sistemiamo i conti una sera a metà strada?’
‘Mmmmh… tipo? Cosa proponi a metà strada’
‘Un mojito all’Esprit?’
‘Mai scelta migliore mio caro Dottor B.’
‘Perfetto, ti scrivo dopo su whatsapp per il giorno e l’ora’
‘Ok Dottor B. a dopo… :* ‘
Presa, la mia preda stava abboccando.
Le scrissi un messaggio. Martedì alle 21.30

Arrivai leggermente in ritardo, avrei voluto farla aspettare un po’, ma lei era più furba di me.
Intrigante.
L’aspettavo all’entrata del locale quando davanti ai miei occhi apparvero due cosce infinite, racchiuse da una gonna corta e sensuale, un corpo affusolato e grazioso, un seno p-e-r-f-e-t-t-o e quel suo solito sorriso da mozzare il fiato.
“Dottor B. che piacere rivederti.”
Rimasi senza parole mentre le nostre guance si sfiorarono per tre volte. Mamma-mia-che-profumo.
“Il piacere è tutto mio tesoro.”
“Ci sediamo qui fuori?”
“Certamente!”
Ordinammo un mojito a testa, e la serata si prospettò come mai avrei potuto immaginarmi.
Volle pagare lei il conto, non avevo mai permesso nulla del genere, ma me lo chiese con tale garbo e decisione che glielo lasciai fare. Usai quella scusa e le dissi:
“Beh, mi toccherà rivederti un’altra sera e offrire io!”
“Volentieri…” E sorrise. Mi spezzò il cuore.
Cercai di tornare freddo e impassibile, cercai di tornare ad essere lo spacca cuori di sempre.
Rubai una ciliegia dal suo mojito e lei quasi mi guardò in cagnesco, così le dissi:
“Se vuoi te ne dò metà… Vuoi?” mentre tenevo quella ciliegia tra i quattro incisivi.
“No no grazie…” Lo disse sorridendo e scuotendo la testa dall’alto verso il basso. Il suo era un sì inconscio.
“Allora perché con la testa mi dici di sì?”
“Oddio, l’ho fatto veramente?” Si irrigidì chiudendosi nelle spalle.
“Eh sì mia cara…”
“Maledizione! E adesso?” Rise. Poi proseguì… “Vedo però che anche tu hai avuto qualcosa da nascondere…”
“Ovvero?”
“Quando ti ho chiesto che lavoro facevi hai voltato gli occhi in alto a sinistra e ti sei grattato il naso proprio mentre affermavi di essere un croupier al casinò… Dì la verità… vendi ancora macchine vero?”
Le sorrisi. Ma chi diavolo era? Dalla piccola fighettina stronza e saccente che era all’università ora si era magicamente trasformata in una Donna, bella, intelligente e con i miei stessi potenziali? Impossibile.
“Cosa fai, anche tu la venditrice?”
“Non sviare il discorso rispondendo alla mia domanda con un’altra domanda.”
“Touchè. Faccio ancora il venditore, sono il responsabile dei venditori del Nord Italia per VW.”
“Dottor B. ero certa avresti fatto carriera. I miei complimenti!”
Non smise un attimo di stupirmi. Leggeva i miei libri, amava i miei film. Era genuina, era tutto il contrario delle fighe di legno belle ma vuote che entravano nei miei saloni e uscivano dalle mie lenzuola.
Aveva la risposta sempre pronta e buffe espressioni del viso che con il passare del tempo avrei voluto rivedere ancora, ancora, ancora e ancora.
Ma dove si era nascosta per tutto questo periodo?
“Sono sempre stata qui. Forse sei tu che eri troppo impegnato per ricordarti di una tua collega di università!” Mi fece l’occhiolino. Morivo.
“Forse…”
Continuava a sorseggiare il suo mojito, mi parlava della sua vita, delle sue attività da volontaria, impegnata nel sociale, mi parlò della sua vita da venticinquenne single e indipendente. La amai ancora di più. Era il mio ritratto. Mi rivedevo in lei.
Scappati di casa, facendoci il culo da mattina a sera, con la paura di tutto quello che veniva ‘dopo’ la laurea. La paura di essere grandi, la rincorsa ai sogni, i viaggi lontano, le esperienze passate, i partner asfaltati, la clientela viscida, il lavoro pesante e il capo stronzo.
Non poteva finire. Non quella sera.
Era così piena di vita che non riuscivo più a staccarle gli occhi di dosso. Mi guardava. Mi fissava. Parlava con me e mi guardava dritto negli occhi, senza malizia, come se volesse entrare dentro di me, esplorare la mia anima. Avrei voluto farla entrare, ma a volte non reggevo tutta quella profondità.
Chi era? Chi diavolo avevo davanti ai miei occhi?
Era così affascinante che le coprii le spalle con il mio golf quando alle due di notte scese il freddo e il vento muoveva i suoi ricci. Apprezzò quel gesto e mi ringraziò con uno sguardo tenero, dal basso verso l’alto e un delicato sorriso che lasciò trasparire quasi con timidezza.
Chi diavolo era?
L’accompagnai alla macchina. Mi ridiede il golf, sempre con quel sorriso ammaliante. Morivo davanti al suo splendore.
La baciai. Tre volte. Sulle guance.
CHE-DIAVOLO-MI-STAVA-SUCCEDENDO?
Camminai verso la mia Audi. Scalciavo i sassi che mi dividevano da lei. Non feci altro che pensare a lei. Cosa avrei potuto scrivere per augurarle una buona notte senza cadere nel ridicolo? Non mi venne in mente nulla, ma il mio stomaco scalpitava per scriverle.
‘Buona notte Jasmine’ Ci aggiunsi uno smile con un bacio.
‘Buona notte Dottor B. non fare tardi stasera al casinò…’ Aggiunse uno smile. Prima un sorriso e poi un bacio.
L’amai. Mi addormentai.


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