Fotografie in metropoli

28 03 2013

Milano. Fredda e grigia anche in un martedì pomeriggio di inizio primavera.

Tarda ad arrivare, il sole.

In fondo tutti quei palazzi altissimi intorno a me, mi facevano sentire in un luogo “protetto”, quasi fossi a casa.
Faceva veramente freddo. Sorridevo. Era bello.

In comune avevamo molto, ma non lo sapevamo ancora.
Inginocchiata sulle mattonelle di quel parcheggio maneggiavo con estrema cura la sua bambina. Una vera bomba. La reflex che qualsiasi cristiano sogna di riporre dentro il proprio zaino. Lui la portava con sé come se fosse il pacchetto di sigarette che ci si infila in tasca, tra cellulare e accendino.

Ero emozionata. Cercavo di scattare qualche foto tra il grigio del cemento e le forti cromie dei murales.
Poi d’un tratto il suo profumo, sempre più intenso, sempre più buono, sempre più vicino.
Socchiusi gli occhi, dovevo respirare ogni singola particella di quell’atmosfera.
Improvvisamente fu primavera. Quando sentii il suo calore attorno alle mie spalle mi disarmai completamente.

Dietro di me, a stretto contatto. Staccai il mio viso dal mirino, lui si avvicinò a me con estrema calma e dolcezza. Si appoggiò a me. Sentivo il suo braccio destro che scivolava sul mio. La sua mano destra che includeva la mia, mentre la sinistra avvolgeva la mia vita.

Mi sentivo come su una spiaggia africana. D’un tratto non faceva più freddo, non ero più a Milano. Improvvisamente il mio viso era riscaldato dai raggi di un sole tiepido, che scende lentamente sul mare e lascia dietro di se solo il fresco profumo di pelle abbronzata e vento salmastro.

La sua guancia appoggiata alla mia. I miei occhi chiusi mentre il mio viso cercava il suo.

Quel suo profumo. Più forte, ancora più intenso. Maledettamente profondo.
“Ma se ora ti girassi cosa accadrebbe?” lui mi domandò.
I miei occhi ancora chiusi e il respiro ancora più profondo.

“Non lo so. Dovrei farlo?”
“Io lo farei.” mi disse con tono provocatorio.
I suoi capelli si appoggiarono sulla mia fronte. Le sue labbra, morbide, delicate, trovarono spazio tra le mie. E quel suo profumo mandò in tilt tutti i miei ormoni.

Il movimento delle sue labbra, il tepore del suo viso. Le fronti appoggiate una contro l’altra, guardarsi negli occhi, sorridere. Poi riprendere a baciarsi, dimenticandosi di tutto, anche del tempo che trascorreva inesorabile. La sua mano, fresca sul mio collo, tra i miei capelli mi diceva di non andarmene. E io mi arrendevo al suono dei suoi baci. A quelle dolci carezze colme di passione.

Il sole africano scendeva dietro l’orizzonte, ma noi eravamo ancora lì, in una Milano caotica e sfrenata che non avevamo intenzione di abbandonare.

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Abitualmente lesivo

11 01 2013
È come un rito. Qualcosa di sacro, che richiede un’attenta preparazione.

Aprire la porta e richiuderla alle proprie spalle è il primo passo. Lavarsi le mani, accuratamente. Altrimenti il rito non può avere luogo, perché è vero che non ci amiamo e rispettiamo, ma le mani devono sempre essere pulite.
Una volta concluso il primo atto ci si inginocchia, ci si mette comodi e le danze si possono aprire.
Un avambraccio si appoggia, mentre indice e medio entrano, delicatamente, tra le labbra. Si appoggiano alla lingua e premono, sempre delicatamente, verso il punto più profondo che riescono a raggiungere.
Prima scendono le lacrime, lente, dolorose eccheggiando nell’acqua in cui il tuo volto si rispecchia. Poi… lo stomaco inizia a muoversi. Una forza irreversibile spinge fuori tutto il male che hai dentro. Tutto il dolore.
Tutto.
O quasi.
Ribellione.
E ogni spinta sempre più profonda delle tue dita migliora il tuo umore. Piangi ma sei soddisfatto. Di un dolore penserete voi. Sì, di un forte dolore, interno, esterno, onnipresente.
Dopo la prima ribellione ci si lava le dita mentre si prende fiato. Spesso ci si soffia anche il naso e si asciugano gli occhi che bruciano come fuoco per le troppe lacrime versate.
Si ricomincia.
Come prima? No, più a fondo, sempre più a fondo. Finché lo stomaco sembra quasi libero e nella tua bocca il sapore biliare inizia a corrodere denti e gengive.
Per concludere il rito però oltre a rilavarsi accuratamente le mani, ci si lava il volto, ancora lacrimante. Lo si asciuga e, con un movimento delicato dall’alto verso il basso, si fa scorrere la salvietta sul viso e ci si lascia specchiare, cadaverici e violacei come appena usciti da un incontro di boxe.
I più scupolosi si lavano anche i denti prima di abbandonare la stanza del dolore e tornare sorridenti, o quasi, alla vita reale.




Ma chi sono io veramente?

6 11 2012

Chi sono davvero?
Una volontaria della Croce Rossa? Riduttivo.
Una studentessa? Sì, fuori corso.
Una figlia? Dall’età di otto anni non più.
Ma allora chi sono?
Una donna? No, mi mancano alcuni requisiti fondamentali.
Un uomo forse? Nemmeno.
Un maschiaccio? Sì, quello sì.
Sono “la sorella di Oriano”… beh, preferirei essere qualcosa di più.

Sono, forse, una “ragazza” che cerca un angolo di mondo dove sentirsi a casa.
Mi posso, forse, identificare solo come amica. L’Amica di Paolo, Davide e Nia.
Di me so poche cose: sono stonata, disordinata, senza forza di volontà, e alla continua ricerca di amore.
Sì, ecco, sono romantica. Fottutamente romantica. Così amo definirmi.
Cerco l’amore OVUNQUE. In un biscotto, negli occhi di Matteo, negli abbracci di Sabrina.
Continuo a definirmi come una mancanza. Senza laurea specialistica, senza futuro, senza soldi, senza famiglia, senza amore. SENZA.
Essenzialmente senza. Sempre SENZA qualcosa.
Ho un longboard. Inutilizzato da troppo tempo ormai.
Ho una Canon 40D. Ma manca l’ispirazione anche solo nell’accenderla.
Il mio muro è pieno di attestati. Ma io non sono nulla di tutto ciò.
E la notte non fa altro che portarmi male ultimamente, altro che consiglio.

Ed ora, che il mio stomaco è pieno tanto da urlare vendetta, e le mie parole sono state impresse nell’etere posso dirmi insoddisfatta.





Moto da cross

28 09 2012

L’ambulanza percorreva la strada principale. Franca aveva appena acceso lampeggianti e sirena bitonale. Per una vita a bordo di quell’ambulanza era accorsa sul luogo dell’evento con tutto il suo equipaggio. Questa volta era diverso. Era preoccupata. Come impietrita continuava imperterrita la sua corsa verso il luogo indicato dalla centrale 118. Ci avrebbe impiegato almeno 15 minuti. Al suo fianco, Stella, il capo equipaggio, tremava dall’adrenalina. Il cuore le esplodeva nel petto. Aveva risposto lei alla chiamata:
“Ciao Barzanò, per voi un uscita a Valledeifiori, un motociclista in pista, caduto, incosciente, vai in codice ROSSO e fammi sapere”.
“Un motociclista. Cazzo. Dimmi che non è Simone, ti prego” pensava nella sua testa.
“Dammi un paio di guanti S bianchi” aveva urlato al terzo componente dell’equipaggio: Davide.
“E appena arriviamo mettiti subito alla testa e immobilizzagliela!”
“Ho paura Franca”
L’ambulanza correva. Il ritmo cardiaco incalzava con l’avvicinarsi al luogo dell’evento. Quella maledetta pista da cross.

 

“Hai visto la mia radiografia?” Le disse quel ragazzo castano dagli occhi scuri.
“Sì, la tua immagine profilo su FB, sei proprio un cazzone. Ma come diavolo hai fatto?”
“In moto, sabato pomeriggio, ho preso un salto, non ho visto la buca dietro e ho perso il controllo della moto!”
“Sei proprio un pirla!”
Ridevano. Come amavano fare nei pomeriggi estivi sotto il sole brianzolo. La moto. Una passione, per entrambi.
Lui amava le moto. Adorava quelle da cross, come se fossero ragazze dai lunghi capelli scuri e grandi occhi verdi. Ogni sabato era in pista con la sua moto e lei spesso lo seguiva. Era innamorata. Innamorata di quelle moto e probabilmente anche di lui.
Durante un oratorio estivo il suo cuore adolescenziale prese una bella cotta per quel bulletto di compagnia. A dirla tutta lui manco si era accorto di lei. Magra e un po’ bruttina era spesso sbeffeggiata dagli altri componenti di quella piccola compagnia di periferia.
Per anni lei tentò in tutti i modi di mostrarsi ai suoi occhi, senza alcun risultato. Amici, nulla più. Migliori amici, fino al giorno in cui lui, sì sì proprio lui, la baciò. Stupita e arresa sotto il suo corpo era la ragazza più felice del mondo. Un sogno, una realtà.

 

“La prossima sulla sinistra, devi entrare in una via sterrata, stai attenta” con il cuore in gola Stella urlava le indicazioni stradali per sopperire al suono della sirena.

 

“Qui è dove mi hai strappato il primo bacio. Non il primo in assoluto. Ci eravamo già baciati. Il primo bacio che sancì la mia arrendevolezza. Mi piaci, mi sei sempre piaciuto. Quel giorno ho dovuto ammettere a me stessa che l’attrazione fisica che ho per te andava considerata, non repressa. Beh a dire il vero non mi hai solo baciata, mi hai sdraiato sul cofano della macchina, una notte d’estate, mentre le tue labbra sfioravano il mio collo e il mio senso di controllo iniziava a vacillare. Ci ritrovammo un mese dopo a casa mia… Il resto, lo conosci meglio di me…”
Sorrise.
“Seriamente? Ti ricordi tutto questo?”

“Un bacio, solo un bacio, nulla più!”
“No! Ti conosco, so come andrebbe a finire. Più che conoscere te, conosco me. Non resisterei alle tue labbra. Se ti baciassi ora, continuerei a farlo. Non potrei smettere. Adoro baciarti. L’ho sempre fatto con una certa passione.”
“Questo mi piace di te!”
“Questo odio di te. Non riesco a starti lontano, non riesco adesso a guardarti negli occhi e non pensare a dove morderti, baciarti, leccarti.”
“E cosa stai aspettando?”
“La sicurezza che tu un giorno non mi ferisca, di nuovo.”
“Da quello che so io, tra i due sei tu quella fidanzata”
“Vero. Ma quando ti vedo il livello dei miei estrogeni subisce un picco vertiginoso. Non riesco a stare a più di 20 cm da te. Mi attrai, da morire…”
Lo bacia. Sul collo. Con una passione travolgente. Lui avvolge le sue braccia intorno alla sua vita, la stringe. Lei avvolge con le mani il suo viso mentre inizia a mordergli le labbra, dolcemente, fugacemente, ardentemente. Sposta le braccia intorno al collo, il suo seno è strettamente a contatto con il petto del ragazzo più enigmatico che abbia mai conosciuto.
“Ti odio.”
“Io di più.”
“Baciami ancora, ti prego, non riesco a farne a meno.”
“Ma se fino a prima le mie extension fuxia non ti piacevano.”
“Ma chissenefrega se hai i capelli rosa, blu o verdi. Voglio baciarti, voglio fare l’amore con te. Ti odio cazzo. Ti odio.”
“Credimi, io di più. Molto di più.”

 

La scena che si aprì davanti al giovane equipaggio fu terribile. Attoniti e impietriti cinque ragazzi stavano in cerchio, con i caschi in mano e le lacrime agli occhi intorno a lui: Simone.
Davide si mise subito alla testa. Il casco, insanguinato, scivolava tra le sue mani mentre cercava di afferrarlo saldamente.
Le mani tremavano, Stella in quel momento dimenticò tutti i protocolli minuziosamente studiati negli anni passati. Immobile. Le lacrime scorrevano sul suo viso magro e abbronzato. Si inginocchiò quasi lasciandosi cadere, come se stesse per svenire. Da quella mesta posizione fu difficile riprendersi. Franca alle sue spalle aveva appena spento l’ambulanza e indossato i guanti taglia S. Piccole mani di una grande donna.
“Stella!!!” urlò. “Forza, iniziamo la pronosupinazione!”
A quell’urlo Stella si destò. Recuperò le forze e coordinò tutto l’equipaggio, ma il suo cuore esplodeva.
“Simo? Simo mi senti?”.
Niente.
Simone non rispondeva. Occhi serrati ricoperti di sangue.
“Franca prendi la robin e tagliagli la tuta. Davide iniziamo a estrarre il casco!”

 

Continua… Forse…





Papà

28 09 2012

Questo racconto risale al 5 Marzo 2011, solo ora ho il coraggio di pubblicarlo:

Caro papà,
ultimamente ho voglia del tuo profumo.

L’altra notte sono entrata delicatamente in punta di piedi per spegnerti la televisione che maldestramente avevi lasciato acceso mentre il tuo cuore dormiva già. Il volume era elevato e io dalla mia grande camera sentivo un gran rumore.
Mi alzo, quasi arrabbiata, per quel gesto che mi costringe ad uscire dal tepore del mio caldo letto. Arrabbiata sì, decisamente. La tua sordità mi costringeva a posare i miei piedini sul gelido pavimento invernale mentre uscendo dalla mia camera mi dirigevo verso la tua. Rabbia, che rabbia! Apro la porta, mi avvicino al tuo comodino, afferro il telecomando e abbasso il volume. Il tuo odore mi colpisce così profondamente tanto da sperare che il volume si abbassi molto lentamente. Non voglio uscire. Rimango lì, ad inspirare fino all’ultima particella quel tuo infantile odore.
Amo il tuo odore. Adoro il tuo odore. Richiama la mia infanzia come la dolce madeleine ne “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust.
Vorrei scoprirti per infilarmi delicatamente nel tuo letto come quando ero piccola e tu, con la tua voce rovinata dal fumo, mi leggevi le favole.

Piango, mentre scrivo piango. Amore. Amore per un padre.

E pensare che spesso ho pensato che era meglio tu morissi. Perché al posto di Fausto non sei salito tu al creatore? Infondo tu non ci sei mai stato per me, e Riccardo ama suo padre molto più di quanto io ami te.
Adesso me ne pento. Forse sono stata troppo cattiva. Adesso me ne pento ma senza motivo.
Ad essere sincera ogni tanto penso anche che se continuassi ad andare a Reggio Emilia e tu avessi bisogno io non potrei aiutarti. Sono una volontaria della Croce Rossa e, immodestamente, mi ritengo anche brava. Se dovessi avere un arresto cardiaco io non potrei rianimarti, non potrei nemmeno spiegarlo frettolosamente al telefono alla mamma, come invece faccio quando non sa come medicarti.

Papà il tuo profumo fa male. Male da morire.

A volte entro in camera e ti trovo con le mani giunte sul volto, come se stessi pregando. Come un angelo. Papà. Come un dolce angelo.
Papà, voglio tornare bambina, voglio quella piccola luce sul comodino che tu spegnevi per farmi addormentare nel tuo letto, prima che mamma mi riportasse addormentata nel lettone.
Rivoglio le favole, rivoglio la tua ipermetria. Rivoglio il tuo affetto, il tuo calore e il tuo profumo tutte le sere.
Quel profumo dovuto alla tua pelle rossa, al sudore del lavoro asciugato sulla pelle, quell’insolito odore e il tuo collo rugoso fanno di te mio padre. Le uniche cose che contraddistinguono positivamente la tua figura di padre rispetto a tutti gli altri padri del mondo.

Papà, papà, papà.





Verona

19 09 2012

Candy.
Lo stereo risuona una canzone. La cassa di sinistra gracchia un po’, del resto è normale vista la sua età.
Silenzio. Giusto il tempo di passare alla canzone successiva. Qui fuori piove. Ne percepisco solo ora il candido rumore.
Ora il vento. Si alza. Un’imposta sbatte, sarà meglio andarla a chiudere.
Il tempo scorre, inesorabile. Il computer lì, acceso, su una pagina di quella tesi che non riesco a portare a termine. Maledizione.
Il tavolo della cucina è diventato la mia scrivania: un giornale di ormai due giorni fa letto solo di sfuggita, un’astuccio aperto, colori forti, evidenziatori, si dispongono fuori dalla sua cerniera nel più caotico caos della mia mente. Occhiali, due paia. La cecità, del resto, è privilegio di pochi. Forse solo di noi acerbi scrittori.
Fogli. Montagne di fogli. Interminabili. Divisi per argomento, tra uno specchietto da borsa e un mascara ormai secco.
Sono davvero disordinata.
Non importa.
Il telefono suona, di nuovo. Non mi lasceranno mai in pace. Non rispondo. Non ora. Un’altra canzone è finita, vado a spegnere la radio, il gusto della pioggia è più gradevole.
Esco e gli occhiali si bagnano, resto incantata a guardare ogni singola delicata lacrima che si posa sulle mie lenti. Grandi, forse troppo per questi occhi ormai stanchi. La mia giornata è quasi, quasi, finita. Come perderò il mio tempo domani? Devo ancora deciderlo.
Come sempre mi alzerò, trascinando i piedi verso la cucina dove vomiterò alla sola idea di dover riprendere tra le mani questo maledetto capitolo. Dicevo così anche di quello precedente. Catastrofica, lo riconosco.
Il telefono suona di nuovo. Dannazione, devo imparare a spegnerlo ogni tanto.
Chi diavolo può essere a quest’ora?
“Pronto?” dall’altra parte il vuoto. Beh, non sono stata abbastanza veloce nel rispondere. Pazienza.
Sullo schermo appaiono 19 messaggi. Ma chi diavolo si mette a inviare tutti questi messaggi a mezzanotte?
Commenti su FB e qualche retweet.
Richiamo. “è un’ora che ti sto cercando?”. Davvero? Ti è mai balenato per la testa che se non ti rispondo dopo 5 chiamate forse, e dico forse, non ho la benché minima intenzione di parlare con te?
“Dimmi.”
“Odio quando mi rispondi così. Nulla, non ho nulla da dirti. Volevo solo sentire la tua voce!”
Di nuovo? Ma quante volte te lo devo dire che non sono la tua psicoanalista?
“Beh, ora la stai sentendo… Che c’è?”
“Volevo raccontarti una cosa che mi è appena successa.”
Che noia. Ce ne fosse uno di ragazzo originale a questo mondo.
“Cosa succede?”
“Niente…” Odio questa parola, se non succede niente, perché minchia mi hai chiamato?
“…ho appena parlato con un mio amico, no…” Altra parola fastidiosa “no”. Che senso ha?
“…e mi ha detto che ti conosce…” Ma va? Che strano… Come se esistesse ancora qualcuno in questo paese che non mi conosce…
“…ti ha incontrato l’anno scorso a Verona.” Dio, NO! A Verona no, fa che non sia chi penso io.
“Scusa e chi sarebbe questo tuo amico?”
“Davide, Davide Alfieri”
Penso sia meglio svenire a questo punto.
“Da… Da… Davide?”
“Sì esatto, ma allora ti ricordi di lui?” E come potrei dimenticarmi di quello stronzo?
“Sì. è qui? Voglio dire, qui a Milano?”
“Sì, era al bar prima, con me, a vedere la partita… Sai com’è, nel nostro lavoro…”
“Sì sì certo, lo so benissimo che lavoro fa.” Figlio di puttana.
“Dice che gli piacerebbe rivederti.” Col cazzo.
“Marco, fammi un piacere. Io non sono qui, è chiaro? Non dirgli che hai parlato con me… Io non ci sono! Chiaro?”
“Non ti ho sentito, aspetta che te lo passo…”
“Ciao Elisa.” Cristo.





Fine estate

18 09 2012

Seduta sul balcone di casa. L’aria è fresca. Settembre ingiallisce le foglie e la sera copre le spalle.
Il silenzio di questo paese estivo mi permette di percepire il rumore sulla terra rossa di una pallina da tennis.
Un dritto, forse un rovescio. Un singolo o un doppio? Ogni tanto sento lo sforzo dei giocatori. “Ah”.
Quella grinta, quella carica. La pallina colpisce la rete. Il sordo rumore. Impalpabile.
L’acqua della piscina scivola sui bordi di mattone. Solo un’orecchio raffinato può percepirne il movimento.
Il tabacco brucia e la sigaretta si spegne. Nessun vicino di casa. Solo macchine solitarie di giovani innamorati che cercano di nascondere il proprio amore all’interno di vetri appannati.
Un solitario martedì di fine estate. Una spiaggia tiepida il pomeriggio e fredda la sera.
Un pallido sole. Una tenue notte.
Delle stelle nemmeno la speranza.
Ma gli amanti si rifugiano negli occhi. Quelli verdi, quelli azzurri. Quelli color miele. Quelli intensamente neri.
Le code si sciolgono, e i capelli finiscono lì, tra le labbra. A volte rovinano l’intensità di un bacio, altre invece lo enfatizzano.
“Stoc”, la racchetta colpisce violentemente.
Gli stop si spengono.
La spallina cade lungo il braccio.
Le luci della piscina si accendono. In ritardo rispetto al calar del sole.
“Aspetta.” dice lei staccando le sue labbra e spostando i suoi lunghi e morbidi capelli. Il profumo di cocco invade la macchina. Una Polo. Un po’ scomoda a dire il vero. Con la mano sinistra cerca di recuperare la spallina che si era appoggiata sul braccio. Lui la ferma. Le accarezza il volto. La guarda intensamente negli occhi.
“Out” gridano dal campo.
Si alza il vento. Si percepisce il profumo salato del mare.
Due calde mani scivolano sui suoi fianchi, sfilano la maglietta. Lei sorride. Di quei sorrisi timidi, tiepidi, tremanti.
“Gooool” si sente urlare dal bar. Un fischio mentre la palla gonfia la rete. Fuori gioco.
Fuori controllo. I vetri si inumidiscono della condensa del respiro. Affannato.
Lui le bacia il collo. Lei abbandona le sue difese, si lascia trasportare.
Il gioco si ferma. Si stringono le mani. Il primo set è concluso.

Pausa.








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