Mi dica Dottoressa… Quanta?

27 03 2014

Buongiorno Dottoressa.
Che giornata!
Ieri è stata una giornata stravolgente, complicatamente emotiva.
Mi scrisse un messaggio ieri mattina e mi disse che avrebbe voluto vedermi. D’altronde c’erano in sospeso ancora alcuni feticci. Io avevo già preparato una valigia dei suoi averi, lui probabilmente ancora no, ma ieri mattina credo si decise a farlo.
Un messaggio particolare, come un ritorno ai bei tempi, si ricorda? Quelli in cui le sue braccia erano il mio paradiso e ogni suo sorriso il mio rifugio.
Al lavoro ero completamente distratta, poco concentrata sugli affari e molto di più sul mio cuore. Quel messaggio mi era entrato dentro. Di nuovo. Mi toccò il cuore.
Tutto il giorno pensavo a come sarebbe stato rivederlo, riannusarlo e forse riabbracciarlo.
Beh, con lei posso essere sincera, sa, dottoressa, avevo in me una gran voglia di baciarlo.
Sì lo so, ha ragione. Ma era più forte di me. Ha presente quella sensazione viscerale incontrollabile? Ecco, passò con me tutta la giornata.
Arrivò il pomeriggio e con lui la conferma del nostro incontro.
Le domande mi attanagliavano ancor di più: “Come l’avrei trovato?” “Come avrei dovuto comportarmi?”.
Ero nel più totale tornado logico-emotivo.
Testa o cuore?
Arrivarono le 18.00 e con esse anche il momento del nostro incontro.
Ero imbarazzata. Sì sì, imbarazzata. Le ripeto, non sapevo come comportarmi!
Lui mi si avvicinò, a mani vuoti, sorridente, occhi negli occhi. Mi baciò. No, no, l’intenzione era proprio quella, ma io girai lievemente la testa. Non avrei potuto permettergli il primo bacio dell’addio sulle mie labbra. Così fu un bacio strascicato. Le sue labbra sulla mia guancia, al limite dell’incontro delle mie labbra.
Salimmo in casa, e iniziammo a parlare. Vennero fuori infinite emozioni: rabbia, orgoglio, amore, pietà, affetto, tenerezza…
Non le so dire quale di queste fu la più forte, ma le posso giurare che appena ci sedemmo sul divano, lo guardai in quei suoi occhi profondi, e il primo istinto fu di buttarmi tra le sue braccia e baciarlo.
No, non lo feci.
Rimasi a guardarlo finché non fu lui a cercare rifugio tra le mie di braccia.
Lo accolsi come un bambino che corre dalla mamma in lacrime, dopo essere caduto in bicicletta.
La sua testa sulla mia spalla destra. Girai leggermente il viso e lo baciai sulla fronte. Era caldo mentre io tremavo come una foglia.
Che energia tutt’intorno a noi.
I dialoghi continuavano mentre noi alternavamo respinte innaturali e baci ricercati.
Poi fui io a finire tra le sue braccia, in un tremore fisico che non so ben dire se fosse dettato dalla paura o dall’ambiente fresco.
Cosa provai?
Sollievo.
Ecco cosa provai.
Finalmente era tornato quell’uomo che io ho amato. Sì, quell’uomo che si prendeva cura di me in ogni singolo istante della sua giornata. Quell’uomo ricco di attenzioni. Quell’uomo dalle braccia grandi e rassicuranti.
Lui.
Quello che fu IL MIO UOMO.
Cedetti Dottoressa. Cedetti a tutto quell’amore.
Lei d’altronde mi conosce meglio di chiunque altro. Io sono innamorata dell’amore. Io amo l’amore, io VIVO per AMORE.
Così decisi di lasciare che, ancora una volta, i nostri corpi si avvicinassero nel passionale rituale d’amore.
Non potrei mai descriverle a parole tutto quello che sentii. Lui era caldo, vicino, dentro la mia anima e non solo dentro il mio corpo. Un corpo e un’anima sola. Come nelle favole. Come nelle MIE favole.
Gli diedi tutto il mio amore… TUTTO, Dottoressa, TUTTO.
Credo che anche lui mi diede tutto quello che avrebbe potuto darmi.
Fu semplicemente fantastico, intimo, sereno, passionale, travolgente.
E, alla fine, io scoppiai in un lungo pianto liberatorio.
Ora, le voglio chiedere: “Perché questo mio pianto?”.
Perché dopo aver donato a lui anima e corpo scoppiai in lacrime?
Lei ben sa che non potrei mai odiarlo. Potrei arrabbiarmi con lui con la cattiveria di una tigre che difende i propri cuccioli, ma odiarlo no, non potrei mai.
Adesso tocca a lei Dottoressa, mi analizzi.
Mi dica quanta intimità c’è stata in questo gesto, quanto amore, quanto dolore, quanta paura…
Mi dica Dottoressa… Quanta paura? Quanta?

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Eufemismo

11 09 2013

E poi la strinse forte a sé. Al suo petto caldo. Lei era lì, con la guancia sinistra appoggiata a quella pelle morbida e profumata, il mento ricurvo verso il suo stesso collo. Le gambe piegate, incastrate, avvolte, teneramente unite a quelle di lui.
Erano una coppia diversa. Uguale e complementare.

Amavano. Erano innamorati dell’amore, il loro e non solo. Tutto l’amore che li circondava: il viso di un bambino, la carezza di una madre, due innamorati a lato strada abbracciati per darsi l’ultimo bacio, quello della buona notte. L’Amore. Quello con la A maiuscola.
Si completavano. In ogni azione. Dove l’uno era esuberante e impulsivo, l’altro portava riflessione. Dove l’uno soffriva, l’altro portava cerotti per l’anima. Dove l’uno si arrendeva, l’altro spronava.
Era strano come un uomo dalla voce delicata, quasi sussurrata, potesse unirsi a una donna con una voce squillante, quasi urlata, con risate assordanti e smorfie di divertimento.

In quell’abbraccio c’era tutto. L’amore, il rispetto, l’affetto, l’eccitazione. C’era il fisico, il cervello, l’anima.

Fecero l’amore, delicatamente ma con passione travolgente. Una fusione di corpi, odori, sospiri caldi e avvolgenti. Erano più della somma dei loro corpi. Gli ormoni incontrollabili li portavano a emozioni sessuali seconde solo ai loro abbracci strabordanti di Amore. I loro sguardi si incrociavano. Occhi negli occhi. Sorridevano e tremavano: era difficile reggere tutto quell’amore. Tutte quelle farfalle rimesse in libertà. Tutta quella vita URLATA sotto le lenzuola calde e bagnate dal loro sogno. Le candele a bordo letto illuminavano la sinuosità di quei corpi in dolce movimento. Quell’Amore si poteva percepire nell’aria. Era delicato ma travolgente, un uragano di dolcezza e vita. Vita. Una vita che si aspettavano. Una vita che l’uno aveva bisogno dell’altro. Una vita a rincorrere quell’idea di Amore che improvvisamente ora avevano trovato.
Finirono di fare l’amore e ancora sconvolti e affascinati da cotanta passione risero. Urlarono la loro complicità in una risata spassionata e assordante. Di quelle risate che gli addominali si contraggono tanto da far male. Quelle in cui scendono le lacrime e non si riesce a smettere. Quelle risate in cui la risata di lui fa scoppiare quella di lei. Quelle in cui lei ride spassionatamente tanto da far proseguire la risata di lui, in un vortice senza fine di intesa. Intesa di vita. Intensa vita. Per loro, con loro. Con i loro corpi e la loro anima. Soltanto.








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