Flashback paterni

1 05 2013

Sull’Audi nera, appena pulita e lucidata, risuonava a basso volume “Madness”, l’ultimo successo dei Muse.
RDS era la stazione radio preferita da entrambi. Giada e Marco chiacchieravano di ritorno da un lungo aperitivo domenicale. Il trucco sul volto di Giada resisteva ancora, mentre gli occhi di Marco si facevano sempre più rossi e lucidi.
– Sono cotto.
Disse Marco sorridendole.
Giada sorreggeva la testa con il braccio destro appoggiato alla portiera.
– Anche io. È stata davvero una bella giornata.
Mentre lo guardava si sciolse i lunghi capelli biondi che teneva raccolti con un elastico color carne. Si massaggiò la testa socchiudendo gli occhi, rilassando muscoli e pensieri. La domenica volgeva al termine e dai finestrini dell’A5 entravano piccole gocce di profumo primaverile che si mischiavano con quello talcato di Giada. Marco inspirò profondamente. Adorava quella bionda tutto pepe che gli disordinava gli ormoni e non solo. Con un veloce ma minimo movimento della testa spostò i capelli nero corvino che gli stavano ricadendo davanti agli occhi. Una breve occhiata allo specchietto retrovisore, prima i suoi occhi, il suo viso e poi solo una macchina a debita distanza.
Una frenata.
Lo stridere delle gomme sull’asfalto viscido.
La mano lì, sul suo petto. Quel gesto istintivo. Quella protezione non richiesta. Giada si guardò il grembo.
Un flash.
Sopra la sua cintura di sicurezza Marco aveva istintivamente appoggiato la sua mano destra.

Flashback.

Profumo di nuovo. Era sulla Mercedes di suo padre e lei una vispa signorinella agitata era seduta sul lato passeggero.
– Papà dove andiamo?
– Ti va un gelato?
Le chiese ammiccando.
– Sìììì
Aveva urlato muovendo instancabilmente la testa su e giù. Amava il gelato, quello all’amarena soprattutto. Era esigente già a otto anni la bambina.
Poi una frenata. Le prime rotonde a cui nessuno era abituato e la mano di papà lì, sul suo petto ancora poco sviluppato. Quella mano così grande da abbracciare tutto il suo minuto torace.
Per Giorgio era istintivo. Proteggere quel narciso sbocciato nella primavera del 1987 era il suo dovere di padre. Nessuno avrebbe dovuto toccare quel suo fiore.
– Ti sei fatta male principessa?
Aveva chiesto con tono preoccupato mentre guardava la sua creatura accarezzandole la testa.
– No papà, la tua mano mi ha protetto! Grazie.
Un sorriso di intesa e tutto tornò alla normalità.
Successe più volte ma fortunatamente il suo fiore rimase sempre al sicuro tra quelle grosse mani da muratore. Forti e delicate come solo le mani di un padre possono essere.
Il petto di Giada cresceva, ma quel gesto istintivo suo padre lo mantenne in eterno. E lei, ogni volta, grazie a quel piccolo gesto, capiva fin dove si può spingere l’amore di un padre per la propria figlia.

– Stai bene?
Chiese Marco dopo ripetute imprecazioni rivolte all’autista della Smart verde petrolio.
– Giada? Stai bene?
Lei lo guardò. I suoi occhi color miele, tremanti, fissavano le pupille dilatate di Marco che si intravedevano sotto il copioso ciuffo di nuovo sceso sulla sua fronte.
Con voce fioca e minuta riuscì a pronunciare solo un misero sì.
Marco ripartì dolcemente. La sua mano destra passò lentamente dalla pancia di Giada al pomello del cambio. Lei l’afferrò con entrambe le mani. La strinse forte e la baciò.
– Hai appena compiuto il gesto più sacrosanto di questo mondo. Ora lo so, sei pronto per essere padre!
Si guardarono intensamente.
Sorrisero.

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Papà

28 09 2012

Questo racconto risale al 5 Marzo 2011, solo ora ho il coraggio di pubblicarlo:

Caro papà,
ultimamente ho voglia del tuo profumo.

L’altra notte sono entrata delicatamente in punta di piedi per spegnerti la televisione che maldestramente avevi lasciato acceso mentre il tuo cuore dormiva già. Il volume era elevato e io dalla mia grande camera sentivo un gran rumore.
Mi alzo, quasi arrabbiata, per quel gesto che mi costringe ad uscire dal tepore del mio caldo letto. Arrabbiata sì, decisamente. La tua sordità mi costringeva a posare i miei piedini sul gelido pavimento invernale mentre uscendo dalla mia camera mi dirigevo verso la tua. Rabbia, che rabbia! Apro la porta, mi avvicino al tuo comodino, afferro il telecomando e abbasso il volume. Il tuo odore mi colpisce così profondamente tanto da sperare che il volume si abbassi molto lentamente. Non voglio uscire. Rimango lì, ad inspirare fino all’ultima particella quel tuo infantile odore.
Amo il tuo odore. Adoro il tuo odore. Richiama la mia infanzia come la dolce madeleine ne “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust.
Vorrei scoprirti per infilarmi delicatamente nel tuo letto come quando ero piccola e tu, con la tua voce rovinata dal fumo, mi leggevi le favole.

Piango, mentre scrivo piango. Amore. Amore per un padre.

E pensare che spesso ho pensato che era meglio tu morissi. Perché al posto di Fausto non sei salito tu al creatore? Infondo tu non ci sei mai stato per me, e Riccardo ama suo padre molto più di quanto io ami te.
Adesso me ne pento. Forse sono stata troppo cattiva. Adesso me ne pento ma senza motivo.
Ad essere sincera ogni tanto penso anche che se continuassi ad andare a Reggio Emilia e tu avessi bisogno io non potrei aiutarti. Sono una volontaria della Croce Rossa e, immodestamente, mi ritengo anche brava. Se dovessi avere un arresto cardiaco io non potrei rianimarti, non potrei nemmeno spiegarlo frettolosamente al telefono alla mamma, come invece faccio quando non sa come medicarti.

Papà il tuo profumo fa male. Male da morire.

A volte entro in camera e ti trovo con le mani giunte sul volto, come se stessi pregando. Come un angelo. Papà. Come un dolce angelo.
Papà, voglio tornare bambina, voglio quella piccola luce sul comodino che tu spegnevi per farmi addormentare nel tuo letto, prima che mamma mi riportasse addormentata nel lettone.
Rivoglio le favole, rivoglio la tua ipermetria. Rivoglio il tuo affetto, il tuo calore e il tuo profumo tutte le sere.
Quel profumo dovuto alla tua pelle rossa, al sudore del lavoro asciugato sulla pelle, quell’insolito odore e il tuo collo rugoso fanno di te mio padre. Le uniche cose che contraddistinguono positivamente la tua figura di padre rispetto a tutti gli altri padri del mondo.

Papà, papà, papà.








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